Hublab - Da Lambrate le chitarredi Lou Reed
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Da Lambrate le chitarre
di Lou Reed

November 2013

Il Corriere della Sera,18 novembre 2013.

 

Sulla scomparsa di Lou Reed il 27 ottobre scorso si è scritto molto, a partire dalle belle e serene parole della moglie Laurie Anderson, che tanto hanno girato in rete. Come lei, che ha sempre avuto un forte rapporto con la città, a partire dai suoi concerti e da un interessante progetto di qualche anno fa con la Fondazione Prada, anche Lou Reed ha un piccolo segreto con Milano. Che dà, innanzitutto, l’idea dell’uomo e, d’altra parte, sottolinea le trame sotterranee che la città offre sempre a chi ha curiosità e voglia di interpretarla.

Alcune delle sue chitarre venivano costruite a mano, da una piccolissima società, Noah, che ha sede a Lambrate.Gianni Melis, insegnante di inglese nonché appassionato chitarrista, Renato Ruatti, architetto che non conosce la musica ma con tante intuizioni e Maurizio Moia, caporeparto dell? Aermacchi, specializzato in lavorazioni metallurgiche, hanno prodotto, in 17 anni, quasi 100 strumenti, personalizzati e, ormai, ambiti da tanti musicisti. Molte grandi rockstar hanno una Noah tra i propri strumenti. Da Springsteen a Sting, dai Muse fino ad arrivare a Saturnino, il bassista di Jovanotti, divenuto testimonial spontaneo di questa minuscola liuteria. Lou Reed, l’ultima volta che è venuto a Milano, ha passato quasi una giornata a vedere il processo di fabbricazione degli strumenti, a parlare di materiali, di manualità, di saperi artigianali, a meravigliarsi che i tre, in realtà, facessero un altro lavoro.

La parola makers (letteralmente gente che fa) ha invaso anche i nostri media, dopo aver preso piede negli Stati Uniti. È una parola che non fa specie in una città e in un regione dove gli artigiani hanno costruito le fondamenta del boom economico del Paese. Questo immenso serbatoio di capacità, che oggi non è solo manuale ma intreccia sempre più tecnologie e competenze specifiche, è stato molto trascurato nel recente passato, forse perché a metà tra le politiche industriali e quelle sociali. Le famose best practises (letteralmente le migliori prassi, ossia il miglior metodo per produrre beni e servizi), parole chiave dell’Expo in divenire, sono anche loro in auge. In realtà, rappresentano la formalizzazione di processi che spesso ? soprattutto in campo artigianale ? sono frutto di una ricerca ossessiva e di una esperienza continuamente rinnovata e rigenerata. Capacità che Lou Reed aveva riconosciuto e a cui sua moglie ha voluto rendere omaggio. Ieri i fondatori di Noah erano a New York, a casa di Lou Reed, invitati a uno dei cinque giorni dedicati al grande performer appena scomparso. Hanno partecipato alla sessione «design food e fashion».

Sull’invito c’era scritto: «Niente discorsi, niente concerti dal vivo, solo canzoni di Lou, selezionate dai suoi familiari e dai suoi amici». Un modo raccolto di condividere il patrimonio di una grande «trasformatore» di emozioni. In grado di ascoltare, di cogliere, nella grande biodiversità che tutte le esistenze offrono, anche i segni più impercettibili. Anche dentro una cantina di Lambrate, piena di talent


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