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Trovare un regista per
il software della città

November 2010

Il Corriere della Sera, 23 novembre 2010.

 

Quanto hardware inteso come edifici e infrastrutture ha segnato Milano, e non solo, dal dopoguerra ad oggi? Questi contenitori, in tutti i sensi pesante eredità che incombe sul nostro futuro, non potrebbero essere migliori se solo si pensasse al loro contenuto? Chi progetta i contenuti per i contenitori? Gli architetti, i politici, gli urbanisti, i funzionari amministrativi, i costruttori? La domanda è aperta.

A questo proposito un saggio e appassionato come Italo Lupi si chiedeva come mai le archistar non fornissero progetti all’ altezza della loro fama, a Milano. Forse perché manca una interfaccia e una committenza adeguata? La sequenza del film rimane la stessa: uffici e residenze. Forse non utilissimi, oggi, con più di 80mila case sfitte e una crisi del terziario molto seria. Un abbecedario di esempi nel mondo è un libro che si chiama City Making, di Charles Landry, a capo di una società di consulenza che, da tanti anni, si occupa delle relazioni tra il software di una città, il suo contenuto costituito da cultura, attitudini, vocazioni, talenti e il suo hardware, la pianificazione territoriale e strategica, i suoi contenitori. Proviamo ad immaginare qualche contenuto per un terzo Millennio milanese che sta eliminando tutte le certezze del secolo precedente, a partire dal lavoro. Un grande centro focalizzato sulla musica a City Life, per esempio, dalle scuole per i bambini alle sale per i congressi della Fiera usate anche per i concerti, dal conservatorio a una scuola per liutai e di restauro di strumenti antichi? In attesa del museo di Libeskind. Non sarebbe più attrattivo anche per i nuovi residenti e per il quartiere? Un’ area che rispetti la vocazione artigianale della città con una struttura di formazione adeguata ai tempi e a una domanda che torna a crescere, all’ Isola oppure attorno alla Stazione di Porta Genova, aree che hanno visto scomparire una competenza e una esperienza legata alla manualità, e non solo, ma che conservano un’ anima legata al saper fare.

Al posto di pensare alla nuova sede per la Rai, un polo per una filiera legata a media di vecchia e nuova generazione (da Current Tv a Magnolia oggi a Lambrate, Indiana e Music Production in via Argelati, BitMama in Ripamonti e altre centinaia di realtà) potrebbe aumentare la concentrazione di nuove professioni legate al cambio epocale che sta avvenendo in quella che, fino a poco tempo fa, chiamavamo televisione. Magari vicino a scuole e compagnie di teatro, parenti poveri che tanto hanno contribuito a connotare, nel bene, Milano. Per non parlare di accorpare e dare spazi ben identificati, nei quartieri, alla solidarietà e alle sue tante forme associative creando un sistema più stabile, a supporto degli operatori del terzo settore e, in ultima analisi, della città intera.

Pensare e definire le aree con funzioni che possano caratterizzare una sua modernità può aiutare a restituire valore a residenze e uffici. I dormitori interessano a pochi. Gli uffici, di questi tempi, quasi a nessuno. Serve un ruolo di regia per i contenuti dei contenitori, o meglio, per il software della città. A chi affidarlo?


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