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I beni principali

May 2011

Il Corriere della Sera, 25 maggio 2011

Milano, almeno fino alla fine degli anni Novanta, ha avuto un ruolo di accoglienza senza eguali, per esempio per quanto riguarda il mondo del lavoro. Era la meta da tutto il Paese, qualche volta tramite il corso di studi svolto già in città, molto più spesso come primo punto di approdo al mondo produttivo a qualsiasi livello. Difficile pensare, tra gli anni del dopoguerra e il 2000, a particolari percorsi agevolati da relazioni o a meccanismi legati a raccomandazioni.

O meglio, sicuramente ci saranno stati, ma non a discapito di chi valeva o aveva forti motivazioni. Curriculum e interessi facevano testo e la retribuzione, anche per i lavori più modesti, permetteva perlomeno la condivisione di una casa e un mantenimento decoroso all’ interno della città. Settori come la pubblicità o il giornalismo, professioni come l’ avvocato o il commercialista, mestieri legati al saper fare garantivano accesso, stipendio, possibilità di crescita a chiunque avesse capacità e volontà. A un certo punto il meccanismo si è rotto, trasformando la città in un campione di disuguaglianza, esteso agli studenti come ai migranti, agli insegnanti come a molte categorie di dipendenti e di piccoli artigiani e imprenditori. Diventando rapidamente più grigia, più arrabbiata, incapace di accogliere e tesa a individuare nemici.

Due libri, tra i tanti, mi vengono in mente. Il primo di qualche anno fa e spesso citato anche da me, è di due sociologi olandesi, si chiama «Quanta disuguaglianza possiamo accettare?». Il secondo, «Introduzione a Rawls», recensito recentemente da Giulio Giorello su questo giornale, è a cura di un altro filosofo italiano, Sebastiano Maffettone. John Rawls, grande filosofo americano il cui libro più famoso s’ intitola «Una teoria della giustizia», mette in fila gli ingredienti base («beni principali», li chiama) affinché il progetto di vita di una persona possa realizzarsi: salute, libertà, una tenuta economica dignitosa e il trarre una qualche soddisfazione da quello che si fa. Lo studioso, grande difensore delle libertà, pone in particolare l’ accento sulle disuguaglianze, che sono ammesse, nel suo pensiero, solo se aumentano i vantaggi dello svantaggiato. Insomma, se di disuguaglianza si deve parlare, questa deve favorire il soggetto più debole. Suona strano? Rawls era un moderato o un pericoloso estremista? Nessuno dei due, solo un eccellente studioso che mischiava giustizia sociale e tradizione liberale. Il tema delle disuguaglianze, nessuna esclusa, può essere considerato una buona traccia da seguire per i candidati al ballottaggio. Rawls ha scritto il libro nel 1971 ed è mancato neanche dieci anni fa. Un contemporaneo, quindi, da cui chiunque andrà ad amministrare potrà imparare qualcosa.

Di contenitori, volumetrie, grattacieli si è parlato fin troppo; di questi altri contenuti aspettiamo invece segnali da tanto, troppo tempo. E più di noi li aspettano i giovani, chi arriva da altre culture, chi con l’ età è diventato più fragile. Quanta disuguaglianza dobbiamo ancora aspettarci, cari sindaci in pectore?


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