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L’impronta milanese

December 2011

Il Corriere della Sera, 16 dicembre 2011.

 

Patinata e acuta, la rivista Monocle colpisce ancora. L’ Occidente arranca tra demografia, Pil e finanza e i suoi redattori vanno a verificare il benessere del mondo attraversando la cultura, di massa e non, nella sua accezione più ampia, mettendo in rilievo il soft power delle idee e la sua centralità e solidità contro la forza economica hard di armi, mattoni e merci di bassa qualità, oggi un modello economico sotto tiro.

Sotto un cappello che potremmo definire impronta culturale, sull’ esempio dell’ Impronta ecologica, formula di misurazione e libro di Mathis Wackernagel che verifica l’ impatto dell’ uomo sugli ecosistemi della Terra, comprende tante cose: dalla qualità delle scuole alle innovazioni – tecnologiche e non -, dal non profit alla produzione filmica e musicale. È il Pil del terzo millennio? A sentire Monocle sicuramente sì, anche se nessuno dei Bric (Brasile, Russia, India e Cina, cioè quei Paesi che crescono del 10 per cento), si affaccia in questa classifica. Se questi diventassero davvero criteri e tendenze, a Milano non saremmo messi così male. Fondazioni e non profit fanno parte attiva del sistema nervoso (e di sicurezza) della città, la produzione scientifica è abbastanza vivace, i settori conclamati – moda e design – tengono bene, i brevetti un po’ meno. Si cala sulla capacità di attrarre turisti, studenti, professori, manager. Si produce cultura, ma non la si esporta. Un problema italiano, non solo di Milano. I giornali stranieri non sentono l’ esigenza di avere corrispondenti; forse è la stessa trama della città a non poter essere letta. Non brilliamo certo per medaglie olimpiche – un indicatore utilizzato dalla rivista per verificare la diffusione dei fondamentali sportivi.

Emerge che il modello è sempre più immateriale, anche se non ancora preso sul serio dall’ establishment economico-finanziario indigeno. Salvo quando Apple arriva ai vertici della Borsa o muore Steve Jobs, sdoganato per i più dall’ i-Phone, non certo da più di trenta anni di innovazione pervasiva e trasversale. La produzione immateriale che crea il soft power evidenziato da Monocle rimane ancora troppo spesso nascosta, occultata, sottovalutata in città. Si affaccia in qualche segmento istituzionale. La Bocconi, per esempio, si è attivata da anni con intelligenza e attenzione. Una produzione che ha sempre di più un peso nella qualità e nell’ economia, e che ha messo il turbo nel Terzo Millennio. Milano, in questo contesto, ha ancora un posto. Un posto discreto che potrebbe facilmente diventare buono. E, con una visione e una regia accorta, anche ottimo. Tra i vari problemi sul tappeto, l’ eredità professionale delle nuove generazioni di designer e creativi, ricercatori e artigiani, per guardare solo la punta dell’ iceberg. Il passaggio generazionale è un tema, nel nostro Paese e nella nostra città, molto sottovalutato.

C’ è un mondo frammentato e capace che può tenere in piedi Milano in un disegno più moderno e di qualità più alta. Facciamo in modo che i suoi potenziali protagonisti non scappino – volontà sempre più spesso espressa dai ragazzi e anche da qualche facoltoso genitore – e che la città sappia accoglierne altri. Diamo loro fiducia e credito. In caso contrario raggiungeranno altri coetanei per creare un’ altra impronta culturale in qualche parte del mondo.


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