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Lavoro, la sfida dell’innovazione

April 2014

Il Corriere della Sera, 13 aprile 2014

 

È un momento in cui la parola «maker» rimbalza dal web alla carta stampa definendo, spesso con qualche inesattezza, una tendenza mondiale alla creazione e alla produzione individuale. Nel frattempo, una ricerca per l’associazione «Economia e Sostenibilità» ci apre uno spiraglio per comprendere qualcosa di più del mondo del lavoro in Lombardia.

Si parla del settore metalmeccanico, che occupa quasi 400mila lavoratori. Il più grande comparto italiano della manifattura; circa un terzo di tutto il comparto, in regione. Un bel punto di osservazione, dunque. E anche di riflessione.

La crisi, per usare una parola ormai inadeguata all’avvenuto cambio di paradigma, ha inciso su redditi, posti di lavoro e ovviamente investimenti, con ovvie differenziazioni legate ai territori e ai settori legati alle esportazioni.

Dal 2008 al 2010, negli anni in cui alcuni vedevano ancora ristoranti pieni e vacanze «tutto esaurito», la redditività delle aziende si è ridotta fortemente per riprendere nei primi tre anni di questo decennio, mentre gli stipendi, per chi ha ancora un’occupazione, sono rimasti sostanzialmente invariati. Sempre fino al 2010, più del 10 per cento degli occupati ha perso il lavoro (circa cinquantamila persone). Negli ultimi tre anni, invece, alcuni di loro lo riacquistano, anche se il monitoraggio del fenomeno diventa più difficile e complesso. Quello che emerge è il senso di responsabilità degli imprenditori, con investimenti costanti fino al 2009, poi calati, quindi stabilizzati e infine tornati a crescere. Dal 2006 cominciano ad aumentare gli investimenti di capitale proprio mentre diminuiscono quelli a debito con gli istituti di credito.

Che cosa vuol dire? Che, in questo settore, gli imprenditori, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno fatto e stanno facendo davvero la loro parte e che c’è stato un patto con i lavoratori i quali, a loro volta, hanno dimostrato grande responsabilità e senso di sacrificio. Nel 2007 in Lombardia c’erano 17 mila aziende, di cui 10 mila avevano almeno un dipendente. Almeno mille di queste non hanno più una persona a libro paga: potrebbero quindi aver chiuso o essere aperte, senza però dipendenti. Non lo sappiamo. Metà delle altre 9000 aziende ha più dipendenti di prima, mentre l’altra metà resiste, con riduzione o mantenimento della forza lavoro. Una manifattura con un centro di gravità permanente che non si dà per vinta. In una logica globalizzata le dimensioni, per tante ragioni, contano. E favoriscono, o almeno così sembra, il mantenimento e, in tanti casi, anche l’aumento dei posti di lavoro. Su questo fronte, forse, occorrerebbe una regia, per cercare di mettere insieme più com- petenze e più teste. Uniti si vince, per citare slogan desueti, che oggi però sembrano avere un significato anche e soprattutto per le im- prese.

Rimane una considerazione che – pur essendo non scritta – viene fuori da questi numeri. Nei vari indicatori, chissà perché, non si inseriscono mai il coraggio, la tenacia, la determinazione. Eppure questi sono ingredienti fondamentali della civiltà come dell’innovazione. E soprattutto della dignità di chi lavora. In qualsiasi ruolo e in qualsiasi tempo.


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