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Un curriculum per avere una casa

October 2012

Il Corriere della Sera, 05 ottobre 2012.

 

Ottantamila alloggi sfitti a Milano, più del 10 per cento dell’offerta complessiva cittadina. Il pensiero corre a quella parte della città fatta di giovani coppie, studenti, insegnanti. Precari pure questi ultimi, anche quelli che percepiscono uno stipendio «sicuro» ma non sufficiente. Un pezzo di Milano che lo Stato e il mercato pagano troppo poco: ricercatori e professionisti, dirigenti ed esperti che non trovano più lavoro, molti dei quali oggi nel grande insieme delle partite Iva. Quasi tutti con curricula brillanti.

Un tessuto culturale e produttivo che ha avuto dignità fino a pochi anni fa, perché nei suoi progetti, nelle sue attività di grande qualità, nelle sue capacità manageriali, nel suo essere collante educativo, «spalmato» dagli asili nido all’Università, c’era la lettura e il senso di una città come Milano. Professioni con una lunga storia, mestieri di grande utilità, imprese, spesso, letteralmente inventate. Profili specializzati per cui il lavoro è diventato una chimera. Insieme a giovani che quel poco che trovano è per definizione «a rischio». Imprenditori di se stessi, obtorto collo, che, anche quando riescono a lavorare, fanno fatica a portare a casa i propri crediti. Questo quadro stride con altre figure, assurte in questi giorni alle prime pagine dei giornali, che dovrebbero fare «politica», ma non si sa in quale accezione intendano questa parola. Casi in cui il curriculum diventa uno strumento inversamente proporzionale al lavoro ottenuto, come anche al potere.

È difficile pensare di stare dentro la società, partecipare a un consesso democratico e fare figli senza possedere i requisiti minimi, a partire dalla casa, per realizzare un’esistenza dignitosa. Quante generazioni vogliamo perdere perché non si è stati in grado di supportare gente che ha studiato, che dovrebbe costituire il futuro della città e del Paese? Perché non strutturare un fondo di garanzia comunale per avere accesso alla casa e garantirne i proprietari, valutando storia e curriculum di ciascuno, prima di tenere come unico parametro il reddito? Questo può essere più semplice e rapido di un piano di edilizia pubblica, auspicabile certo, ma con tempi di esecuzione troppo lunghi.

Dalla parte dei proprietari c’è ovviamente timore, oltre all’obbligo di pagamento delle tasse anche sugli affitti non riscossi, il che non agevola di certo l’accesso a migliaia di giovani e non più giovani. Per attrarre gente, studenti, stranieri, per far uscire i ragazzi di casa all’età giusta, per rimanere una città con una soglia di disuguaglianza accettabile, occorre provvedere. È un pezzo basico di quella ricucitura della città su cui in tanti, e in tante maniere, stanno riflettendo.

Domani a Milano parlerà anche di questo l’antropologo Marc Augé. Forse sentiremo ragionare di civiltà e di qualità di vita, di educazione permanente. Per un giorno staremo a digiuno di smart city e start up, di spending review e di spread. Ci farà male?


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