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Alle radici del saper fare

June 2010

Il Corriere della Sera, 19 giugno 2010.

 

Nel 1881, a pochi anni dall’ Unità d’ Italia, Milano ospita l’Esposizione Nazionale delle Arti e delle Industrie finanziata interamente con capitali privati. Ci sono 7.000 espositori, tra cui grandi firme industriali come Elvetica, Pirelli, Breda, Cantoni. Quasi 50 mila metri quadri nei giardini pubblici tra via Palestro e Porta Venezia, edifici e padiglioni in legno collegati da una ferrovia elettrica con un tunnel in acciaio e vetro.

L’autostima della città cresce. La rivoluzione industriale sta per compiere un secolo, il progresso tecnico irrobustisce agricoltura e zootecnia, l’industria esibisce muscoli e manufatti. Con questa produzione di hardware va in mostra una rassegna «educazione, istruzione tecnica, previdenza e beneficenza». Il software dell’epoca.
Formazione tecnico-professionale da una parte e opere pie, il terzo settore di oggi, dall’altra, intelligentemente insieme. Un Dna di arti e mestieri che costituisce l’ humus da cui Milano ha attinto per tuttoil secolo scorso.

Né la grande industria né gli ambiti per cui Milano è ancora famosa si sarebbero sviluppati senza le mani pensanti degli artigiani, a partire da design e moda. Capacità e competenze originali che fanno parte ancora oggi dei suoi punti di forza. Si riesce a offrirle agli altri Paesi per aiutarli a nutrire il Pianeta? Possiamo trasferire questo saper fare non come prodotto, ma sotto forma di insegnamento ed esperienze? Una sostenibilità intesa come passaggio di conoscenza alle generazioni successive, prima ancora che di asset fisici da lasciare a chi verrà dopo. Una grande accademia dei mestieri e delle arti applicate per Expo. Non un presepe con l’arrotino e il forno del pane. Un vero e proprio education district che possa rimanere anche dopo l’evento per continuare a trasferire saperi artigianali, innervati dalle necessarie tecnologie. Per formare e mantenere aggiornati italiani e anche stranieri, dando loro gli strumenti affinché possano integrarsi meglio e più rapidamente o tornare con più possibilità ai Paesi d’ origine. In Alto Adige ci hanno messo anni per riformulare professioni antiche, come nella filiera dell’ edilizia, che oggi utilizzano sistemi complessi e processi naturali come i cappotti termici e le correnti d’ aria per case che non consumano più energia ma addirittura la producono. Hanno acquisito altra, preziosa conoscenza da applicare.

Il sociologo americano Richard Sennett, della London School of Economics, due anni fa ha scritto «L’uomo artigiano», un manifesto di civiltà incentrato sul saper fare. E sulla contemporaneità non necessariamente manuale di questo approccio. La globalizzazione ci ha insegnato che queste competenze trovano spazio, non lo perdono. E noi ne abbiamo tante. A Milano, in Lombardia, in Italia. Un grande serbatoio di biodiversità, creativa e concreta, da offrire con la logica dell’ accademia e della bottega rinascimentale per una Expo di nuova generazione. Un prodotto italiano contemporaneo, diffuso, sostenibile e con profonde radici. Si chiama saper fare.


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