Il trionfo dei creativi

TuttoScienze
Egle Santolini

Intervista a Jerry Kaplan, futurologo, che con una chiacchierata presso al Fondazione Feltrinelli con il giornalista Philip Di Salvo ha inaugurato la seconda edizione della Milano Digital Week. Il futuro è dei creativi, dice Kaplan, perché l’automazione, dopo un primo momento di assestamento, renderà superflui i tanti lavori meccanici eseguiti dall’uomo.

 

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La tecnologia pensa ma non vive

Il Manifesto
Marco Liberatore

Un incontro con il filosofo Carlo Sini, in occasione della sua lezione alla Triennale di Milano per Digital Week. «Quello che distingue un automa da un essere umano è la memoria. Possiamo trasferirla, lo facciamo continuamente con la scrittura, prima ancora che con le tecnologie contemporanee. Ma la trascrizione, per quanto accurata, è sempre altro rispetto all’esperienza concreta»

 

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La civiltà del dopo lavoro

Luca Sossella Editore
Nicola Zanardi
Formazione, tempo libero e reddito universale. Appunti per un Millennio che è già qui.

DNA, internet, blockchain e soprattutto un accesso universale alla conoscenza avvicineranno l’uomo a se stesso? Un’ipotesi di coesistenza, sul piano della dignità, tra chi ha o avrà un lavoro retribuito e chi, invece, non potrà accedervi, è possibile? Nella civiltà del dopo lavoro che inizia ora, le possibilità di una qualità di esistenza fornite da un reddito universale e dall’opportunità di dispiegare le proprie attitudini, senza l’assillo di un obbligo lavorativo, daranno un’altra identità a questo nuovo secolo? Sapremo giocare questa partita con la consapevolezza che il finale di quella precedente è già stato scritto, ma forse può essere cambiato?

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Tante sonde per Milano. Glossario minimo

Imprese & Città -Rivista della Camera di Commercio di Milano
Nicola Zanardi

Il superamento, con i numeri, delle popolazioni urbane rispetto a quelle insediate nelle campagne, gli addensamenti di saperi e di relazioni, i progetti e le sperimentazioni passano sempre di più dalla città. Dai tanti milioni di abitanti di alcune città africane e asiatiche oppure Parigi e Londra alla concentrazione di funzioni e prospettive di città come Zurigo (400mila abitanti) o Francoforte (700mila) la valutazione della massa critica non sempre coincide con il suo ‘pil’ globale.

Una complessità così articolata e diffusa necessita di tante risposte che sono in realtà delle sonde dell’universo città.

Le cinquanta parole ombrello a seguire racchiudono tanti temi di ‘qui e ora’ e qualche lettura di (mia) formazione, con esclusione dei romanzi, e sono tutte dedicate a Milano. L’obiettivo, non tanto recondito, è un piccolo compendio di contenuti, esperienze e pratiche che sono già nella trama del vivere quotidiano urbano.

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Il futuro nelle città

Imprese & città
Imanuel Baharier, Fabio Menghini, Marco Porcaro, Nicola Zanardi
Imprese & città N°07 – 2015

Innovazione, ricerca, creatività sono ormai le ‘parole magiche’ citate da politici e associazioni imprenditoriali ogni volta che all’ordine del giorno c’è l’impegno a far uscire la nostra industria e l’economia dallo stallo in cui sono ferme da alcuni anni.

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Tante sonde per Milano. Glossario Minimo

Imprese & città
Nicola Zanardi
Imprese & città N°08 – 2015

Il superamento, con i numeri, delle popolazioni ur- bane rispetto a quelle insediate nelle campagne, gli addensamenti di saperi e di relazioni, i progetti e le sperimentazioni passano sempre di più dalla città. Dai tanti milioni di abitanti di alcune città africane e asiatiche oppure Parigi e Londra alla concentrazione di funzioni e prospettive di città come Zurigo (400mila abitanti) o Francoforte (700mila) la valutazione della massa critica non sempre coincide con il suo ‘pil’ globale.

Una complessità così articolata e diffusa necessita di tante risposte che sono in realtà delle sonde

dell’universo città. Le cinquanta parole ombrello a seguire racchiudono tanti temi di ‘qui e ora’ e qualche lettura di (mia) formazione, con esclusione dei romanzi, e sono tutte dedicate a Milano.

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La manifattura nell’era della conoscenza

Federlegno keynote speech
Nicola Zanardi

La costellazione di piccole e medie imprese italiane come start up a cui dare priorità nell’accesso alla conoscenza, al credito e ad agevolazioni fiscali. La vitale necessità di accompagnare idee, progetti e esperienze già sedimentate dalle imprese con i nuovi saperi, le tecnologie, una didattica e una  formazione adeguate sono diventate  il punto centrale nell’era della conoscenza. Un’innovazione costante ed efficace da inglobare nelle competenze già esistenti è l’asset principale, non il solo, per favorire la crescita e posizionamenti più interessanti. Ci sono strumenti che possono aiutare oggi le piccole e medie imprese, start up senza sapere di esserlo?

 

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The Big Player

Imprese & città
Nicola Zanardi
Imprese & città N°05 – 2014

«Avete mai visto insegnare a giocare a pallone a un bambino con un manuale facendo passare anni prima che il bambino dia un solo calcio?».
La dichiarazione di Thomas Kalil, direttore dell’ufficio delle politiche scientifiche e tecnologiche della Casa Bianca, è legata al tema centrale delle modalità didat- tiche e formative che si affacciano, in modo sempre più frastagliato, nel mondo dell’educazione, scolastica e non. E che vedono la progettazione, il fare e il giocare come pilastri dell’educazione a venire.

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Salute e ricerca a caccia di spazi

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Qualche anno fa a Cambridge (110 mila abitanti, quasi un terzo studenti e una delle Università più prestigiose del pianeta), in Gran Bretagna, sono stati accorpati diversi enti, sotto il nome di «Cambridge University Hospitals». Unendo ospedali sedimentati sul territorio con diverse strutture di ricerca e appropriandosi del «brand» accademico. Gli obiettivi erano e rimangono ambiziosi: la costruzione del centro oncologico ex novo, il potenziamento della vecchia struttura per mamma e bambino, l’unificazione delle terapie intensive, nuovi centri di clinica e di ricerca per le malattie infettive, le neuroscienze, la psichiatria.

A Milano, un progetto con caratteristiche analoghe, anche se non uguali, riguarda, da ormai diversi anni, l’Istituto Neurologico Besta e quello dei Tumori che dovrebbero essere messi insieme in una «Città della Salute» più ampia per competenze e per attività di ricerca. Il «Cambridge University Hospitals» costituisce una risposta «contemporanea» a esigenze proiettate su un bacino di utenza insieme ampio e frammentato, quanto ben analizzato. Il suo Biomedical Campus è una vera e propria eccellenza che ha visto sedici premi Nobel condurre le proprie ricerche al suo interno. Il modello organizzativo, con un’importante ricaduta sui processi, ha una forte impostazione traslazionale, che si traduce in un rapporto diretto e reciprocamente fecondo tra il lavoro clinico e quello di ricerca, compresa una fondamentale contiguità logistica e cognitiva. Il che vuol dire, soprattutto, accompagnare la medicina verso un mare aperto sempre più multidisciplinare. Le strutture, in alcuni casi oggettivamente obsolete, funzionano a pieno ritmo e con ottimi risultati mentre lo sviluppo prosegue. Un pensiero lucido e partecipato, il coinvolgimento di tutti gli attori che producono e ordinano la conoscenza e una sempre più indiscussa ibridazione tra ambiti scientifici diversi hanno via via assemblato e innovato i pezzi esistenti, costruendo parallelamente il percorso e lo sviluppo (alloggi compresi) per attrarre e motivare le altre 7 mila figure professionali che porteranno, alla fine, al raddoppio degli attuali addetti. In ambito sanitario, Milano è stata all’avanguardia per tutta la prima parte del Novecento (dall’Istituto Sieroterapico alla prima Clinica del Lavoro al mondo, agli stessi Tumori e Besta). Nella seconda parte del secolo, la città ha mantenuto alte alcune sue eccellenze, innovandole profondamente, e implementandone altre, sotto l’ombrello della solidarietà e dell’accesso per tutti: un valore troppo spesso dato per scontato, specie se comparato alle limitazioni del mondo anglosassone.

In attesa di posare pietre, un progetto di «Città della Salute» (e di ricerca e didattica) all’ altezza del Terzo Millennio, focalizzato su un modello come quello intrapreso a Cambridge, potrebbe essere davvero molto utile. Aiuterebbe a ridisegnare profondamente le dinamiche di approccio alla salute in un mondo scientifico globalizzato. Una bella sfida?  Forse la più importante? Per la governance della Regione, in un settore come quello della sanità che più parti vorrebbero tornasse sotto la regia e le competenze dello Stato centrale.

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Super lauree a distanza

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Si chiamano Mooc – Massive open online courses che significa, più o meno, «corsi aperti pensati per una formazione a distanza che coinvolga un elevato numero di studenti». Sono, quanto a pervasività e massa critica, la più grande innovazione del terzo millennio in ambito didattico. Qualche giorno fa, il Politecnico ha mandato online i suoi primi corsi, con la scelta strategica di non duplicare i corsi frontali, ma di dedicarsi ad alcuni target particolari.

I Mooc nascono da un’idea enunciata a un convegno nel 2008, ma vengono erogati solo a partire dal 2012 dall’Università di Stanford, in California, uno dei maggiori centri di eccellenza del mondo, seguita subito da Berkeley, altro celeberrimo ateneo. Entrambi serbatoi molto prolifici di intelligenze per le necessità della Silicon Valley. Seguire i loro corsi, dopo aver superato una selezione durissima, costava decine di migliaia di dollari l’anno, con democratiche eccezioni per studenti meritevoli. Sono improvvisamente impazziti? No, hanno capito che il sistema produttivo, che su di loro fa perno, ha bisogno delle migliori teste in giro per il mondo e che non potevano permettersi di perderle per la soglia economica di accesso. Imitate da una buona parte delle università del mondo, in una logica tipicamente anglosassone: quando approfondisco le mie competenze o ne amplio il raggio, il mercato me lo riconosce.

I Mooc risultano essere, quindi, anche un buon sistema per raggiungere un obiettivo personale di carriera o di progetto di vita. I primi del Politecnico escono contemporaneamente a quelli della Bocconi e della Sapienza di Roma, sono nate tante piattaforme, a loro volta diventate potenti e plurimi distributori di contenuti di ogni tipo e livello. Quella utilizzata dal Politecnico (Open edX) è la versione aperta di quella del Massachusetts Institute of Technology (MIT) e di Harvard. Il sottotitolo è «bridge the gaps» (colma le tue lacune) e i corsi funzionano da «facilitatori» nei passaggi dalla scuola superiore all’università, dalla laurea triennale a quella specialistica, dall’università all’azienda. In nemmeno dieci giorni il sito www.pok.polimi.it, con il solo passaparola, ha avuto utenti da 40 Paesi in tutti i 5 continenti, per un totale di più di tremilatrecento sessioni. L’originalità del posizionamento consente l’estensione ai sistemi formativi legati alla manifattura, alla competenza artigianale, alla capacità di rivitalizzare le scuole tecniche. Senza trascurare le eccellenze che ci sono e che vanno selezionate accuratamente e messe in onda.

I Mooc sarebbero stati (e forse potrebbero ancora essere) un ottimo biglietto da visita per i temi di Expo perché «Nutrire il Pianeta» vuol dire anche fornire gli strumenti cognitivi, anche minimi, diritti compresi. Così come potrebbero costruire ponti tra i saperi, tra le persone, tra le aziende. Tanti sentieri che innervano l’ecosistema produttivo italiano attraverso la conoscenza individuale e collettiva. E qui è auspicabile una certa attenzione, anche economica, da tutte le istituzioni presenti sul territorio, a partire da Assolombarda, particolarmente sensibile su questi temi. Perché anche questo è made in Italy, nuovo e di prima qualità. E, ancora una volta, parte da Milano.

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La bellezza di una città

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Sono i cittadini, finalmente, i veri protagonisti della città? Se qualcuno avesse avuto ancora dubbi su Milano e sulla sua capacità (e potenzialità) di essere interessante, attrattiva, aperta? In una sola parola, bella? Non aveva che da andare in giro lo scorso weekend.

Non c’erano ragioni di business, come durante le Fiere, e nemmeno rockstar da stadio o partite internazionali. Solo un’offerta culturale trasversale dentro una città solare. A partire da PianoCity, inaugurato in un parco Sempione gremito fino all’inverosimile. A concerto iniziato, in attesa che il buio permettesse di utilizzare le luci di un palco a tre piani, con sei pianoforti e gli strumenti di un’Africa ancestrale, un acceso tramonto ha illuminato la bellezza dell’Arco della Pace, incorniciando Ludovico Einaudi e gli altri musicisti. Dando il «la» a una due giorni di grande intensità emotiva. Un’idea intelligente e duttile, PianoCity, che, in soli tre anni, ha reso Milano un grande teatro, con tante quinte, alcune inaspettate. Dove i protagonisti sono i cittadini, le famiglie, le coppie, i bambini e i palcoscenici, quasi sempre, sono sullo stesso piano degli spettatori.

Un bel modo di vivere e scoprire la città, consentendo, ai più fortunati, di entrare in case e cortili privati ad ascoltare e a vedere con una programmazione davvero interattiva che vede il pubblico completare lo spettacolo. Tanti tasselli di un puzzle al servizio di Milano e della sua «grande bellezza». Senza trucchi, senza porte sbarrate, senza limousine in mezzo alla strada. Un fine settimana di stupore e meraviglia, sintetizza giustamente Annachiara Sacchi su queste colonne analizzando tutte le manifestazioni del weekend scorso. La Milano grigia e un po’ rancorosa, da cui scappare il venerdì, un minuto dopo la fine del lavoro, cancellata da una grande partecipazione, anche di turisti.

Poco tempo fa il Comune ha varato la segnaletica degli affascinanti percorsi della Milano Romana. Chi ha vissuto l’Estate Romana, creata da Renato Nicolini alla fine degli anni Settanta e ripresa dalle giunte Rutelli e Veltroni, ambientata «dentro la storia», ha rivissuto quelle atmosfere. Una Milano orizzontale per accesso e fruizione, tollerante e ordinata, nei suoi sciami curiosi o svagati. Richiamando alla mente il peregrinare senza meta del «flâneur» celebrato da Baudelaire, Benjamin e Walser, tra gli altri, perché ogni angolo diventa una meta, uno scorcio mai focalizzato, un nuovo punto di vista.

Immagini che normalmente si associano a città caratterizzate da un’identità secolare e continuamente innovata, come Parigi o Londra. Invece era Milano, durante una ? speriamo unica ? turbolenza giudiziaria di Expo e una crisi economica che non accenna a dar segni di tregua in vista di elezioni di grande importanza globale, inquinate dall’imperativo dell’insulto. Decine di migliaia di persone, allegre e sorridenti, ascoltando musiche, più o meno note, suonate da pianisti quasi mai conosciuti, hanno goduto di una grande bellezza italiana. Che strano effetto fa la cultura, anche a Milano.

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Quando la civiltà supera l’urbs

Weconomy (a cura di Logotel)
Nicola Zanardi
When “Civitas” takes over “Urbs”

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Lavoro, la sfida dell’innovazione

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

È un momento in cui la parola «maker» rimbalza dal web alla carta stampa definendo, spesso con qualche inesattezza, una tendenza mondiale alla creazione e alla produzione individuale. Nel frattempo, una ricerca per l’associazione «Economia e Sostenibilità» ci apre uno spiraglio per comprendere qualcosa di più del mondo del lavoro in Lombardia.

Si parla del settore metalmeccanico, che occupa quasi 400mila lavoratori. Il più grande comparto italiano della manifattura; circa un terzo di tutto il comparto, in regione. Un bel punto di osservazione, dunque. E anche di riflessione.

La crisi, per usare una parola ormai inadeguata all’avvenuto cambio di paradigma, ha inciso su redditi, posti di lavoro e ovviamente investimenti, con ovvie differenziazioni legate ai territori e ai settori legati alle esportazioni.

Dal 2008 al 2010, negli anni in cui alcuni vedevano ancora ristoranti pieni e vacanze «tutto esaurito», la redditività delle aziende si è ridotta fortemente per riprendere nei primi tre anni di questo decennio, mentre gli stipendi, per chi ha ancora un’occupazione, sono rimasti sostanzialmente invariati. Sempre fino al 2010, più del 10 per cento degli occupati ha perso il lavoro (circa cinquantamila persone). Negli ultimi tre anni, invece, alcuni di loro lo riacquistano, anche se il monitoraggio del fenomeno diventa più difficile e complesso. Quello che emerge è il senso di responsabilità degli imprenditori, con investimenti costanti fino al 2009, poi calati, quindi stabilizzati e infine tornati a crescere. Dal 2006 cominciano ad aumentare gli investimenti di capitale proprio mentre diminuiscono quelli a debito con gli istituti di credito.

Che cosa vuol dire? Che, in questo settore, gli imprenditori, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno fatto e stanno facendo davvero la loro parte e che c’è stato un patto con i lavoratori i quali, a loro volta, hanno dimostrato grande responsabilità e senso di sacrificio. Nel 2007 in Lombardia c’erano 17 mila aziende, di cui 10 mila avevano almeno un dipendente. Almeno mille di queste non hanno più una persona a libro paga: potrebbero quindi aver chiuso o essere aperte, senza però dipendenti. Non lo sappiamo. Metà delle altre 9000 aziende ha più dipendenti di prima, mentre l’altra metà resiste, con riduzione o mantenimento della forza lavoro. Una manifattura con un centro di gravità permanente che non si dà per vinta. In una logica globalizzata le dimensioni, per tante ragioni, contano. E favoriscono, o almeno così sembra, il mantenimento e, in tanti casi, anche l’aumento dei posti di lavoro. Su questo fronte, forse, occorrerebbe una regia, per cercare di mettere insieme più com- petenze e più teste. Uniti si vince, per citare slogan desueti, che oggi però sembrano avere un significato anche e soprattutto per le im- prese.

Rimane una considerazione che – pur essendo non scritta – viene fuori da questi numeri. Nei vari indicatori, chissà perché, non si inseriscono mai il coraggio, la tenacia, la determinazione. Eppure questi sono ingredienti fondamentali della civiltà come dell’innovazione. E soprattutto della dignità di chi lavora. In qualsiasi ruolo e in qualsiasi tempo.

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Il cielo di Lombardia

Il Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Qualche giorno fa i rettori di tre prestigiose università milanesi, il presidente di Assolombarda e un ricercatore di lungo corso come Mario Abis si sono confrontati su un tema non certo nuovo ma indispensabile: il rapporto tra ricerca e innovazione.
La Lombardia è la realtà più significativa della grande biodiversità produttiva dell’Italia, ancora oggi seconda manifattura d’Europa. Con oltre 10 milioni di abitanti, la nostra regione ha anche il sistema di produzione del sapere più strutturato del Paese, come emerge da una accurata elaborazione dei dati del Settimo Programma Quadro (2007 – 2013) di Scienceonthenet, focalizzata su Milano.

Enrico Moretti, docente di economia a Berkeley, in California,
in un libro (molto) citato dagli addetti ai lavori disegna una nuova geografia dell’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, fattori che creano e valorizzano nuove competenze, alzando le retribuzioni e creando molti posti di lavoro anche in altri settori. Una specie di catena virtuosa che vede cambiare la storia del lavoro ancorandolo ai centri di produzione del sapere, veri e propri snodi, nonché prerequisiti di produzione industriale e post-industriale.
Nel nostro profondo Nord, il rapporto dell’accademia e della ricerca con il mondo produttivo ha radici consolidate. Pensiamo solo alla meccanica e ad altri comparti industriali cresciuti a fianco al Politecnico. Oppure allo sviluppo pionieristico del rapporto tra clinica e ricerca a partire dall’ inizio del secolo scorso (Clinica del Lavoro, Istituto Tumori ecc.), incubatore di un welfare molto innovativo.
Ci sono tanti temi che concorrono, oggi e in prospettiva,
all’innovazione e alla sua sostenibilità nel tempo:
la consacrazione di scienze, tecnologie, ingegneria, matematica (STEM in inglese) quali discipline fondamentali per coltivare o manutere un’attitudine alla produzione di beni e servizi; l’inserimento della programmazione (code) come materia fin dalla scuola elementare; la necessità di una formazione di alta qualità per le nuove generazioni, sottolineata con forza perfino da Obama. C’è un problema di “semina per il futuro”, dunque, oltre che di brevetti e di trasferimento tecnologico.
L’opportunità è la creazione di habitat dove tutti gli attori (per semplificare atenei, ricercatori, aziende, finanza) siano sotto lo stesso cielo. I modelli collaudati e in continuo divenire sono l’area di San Francisco in California o Cambridge in Gran Bretagna, per esempio.

Il cielo di Lombardia può diventare allora un habitat di grande antropizzazione, dove ricerca e tessuto produttivo possano incontrarsi davvero sul terreno dell’innovazione e non solo nei convegni e nelle tavole rotonde? Evento possibile, forse, con l’aiuto di qualche “traduttore della conoscenza” che sappia superare le difficoltà di dialogo, oggi già molto attenuate, tra i centri di produzione del sapere e le piccole e medie aziende. Senza dimenticare le tantissime micro-aziende con grandissime potenzialità. Potrebbe essere questa la vera missione per la Regione Lombardia del Terzo Millennio. Anche senza scomodare un’ Expo ormai in attesa di decollo.

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Tante idee per la città

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Tante idee stanno girando per la città come rondini che aspettano la primavera. Spesso nascono e muoiono direttamente dentro i convegni, acuta patologia italiana e anche milanese; raramente diventano progetti, quasi mai prendono la difficile strada della realizzazione. Negli ultimi mesi, però, forse perché neanche la retorica può difendere le cose che non stanno in piedi, il focus, con accenti e forme diverse, è arrivato finalmente sul lavoro. Il che vuol dire che, finalmente, si parla di economia in un’altra maniera; o si parla di un’altra economia.

Settimana scorsa almeno quattro eventi, tra i tanti, hanno evidenziato questi temi.Una bellissima conferenza sul denaro di Carlo Sini al Parenti, dove le conclusioni di un filosofo con il raro dono della semplicità e della profondità insieme, erano, come sempre, molto chiare : «Quando parliamo di crescita, ricordiamoci che se i nostri modelli sono New York e Parigi avremmo bisogno rispettivamente di sette o tre pianeti per estendere questi livelli di consumi a tutti i cittadini del mondo». Così un saggio filosofo di 80 anni, non un arrabbiato no global. Poi la presentazione della lista «Altra Europa», ispirata al politico greco Alexis Tsipras, con una sintesi in dieci punti, quasi spartana ma molto efficace, dove il rapporto tra economia e lavoro nel continente più vecchio e stanco suscita interrogativi epocali. Come terzo evento, ricordiamo un convegno sull’impresa sociale, tra profit e non profit, organizzato alla Bocconi dalla rivista «Vita», prezioso faro del terzo settore, e dall’associazione «Make A Change».

Riflessioni, anche normative, su un modello che sta assumendo un ruolo sempre più strategico nel tessuto produttivo e sociale che verrà. E, infine, un lancio delle istituzioni accademiche, e di una parte dell’establishment metropolitano, sull?economia della conoscenza sotto l’ombrello «Miworld». Quello che emerge è un approccio diverso sul cambio di paradigma (non è una crisi) che sta avvenendo. Centralità della persona, indispensabilità di cultura e conoscenza, del senso del lavoro, oltre che del lavoro stesso. Si sta ragionando finalmente su un’Europa più focalizzata sulla sua civiltà e non solo sull’economia; di più giustizia della società e, non più, di una società della giustizia. È difficile valutare quanti cittadini riescano a esprimere o, almeno, a intercettare questi segnali. In ogni caso affiorano, da questi incontri, attenzione e sensibilità. Due qualità, ascrivibili all’individuo, che si stanno trasferendo alla società intera. Solo da una nuova economia attenta all’uomo, al suo sistema di bisogni e relazioni, più che di consumi, e con un livello di consapevolezza diverso, vedremo nascere nuovi lavori e potremo salvare qualcuno di quelli vecchi.

Dentro una società fatta di persone, oggi, con la testa piena di pensieri e di ansie. E di sofferenze, che spesso non derivano solo da motivi materiali. Pensieri e ansie da superare. E da condividere, come le passioni. Da espellere, come gli egoismi. Chissà che qualcuna di queste rondini non faccia davvero primavera in quella che una volta era considerata la capitale morale d’Italia.

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Da Lambrate le chitarre di Lou Reed

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Sulla scomparsa di Lou Reed il 27 ottobre scorso si è scritto molto, a partire dalle belle e serene parole della moglie Laurie Anderson, che tanto hanno girato in rete. Come lei, che ha sempre avuto un forte rapporto con la città, a partire dai suoi concerti e da un interessante progetto di qualche anno fa con la Fondazione Prada, anche Lou Reed ha un piccolo segreto con Milano. Che dà, innanzitutto, l’idea dell’uomo e, d’altra parte, sottolinea le trame sotterranee che la città offre sempre a chi ha curiosità e voglia di interpretarla.

Alcune delle sue chitarre venivano costruite a mano, da una piccolissima società, Noah, che ha sede a Lambrate.Gianni Melis, insegnante di inglese nonché appassionato chitarrista, Renato Ruatti, architetto che non conosce la musica ma con tante intuizioni e Maurizio Moia, caporeparto dell? Aermacchi, specializzato in lavorazioni metallurgiche, hanno prodotto, in 17 anni, quasi 100 strumenti, personalizzati e, ormai, ambiti da tanti musicisti. Molte grandi rockstar hanno una Noah tra i propri strumenti. Da Springsteen a Sting, dai Muse fino ad arrivare a Saturnino, il bassista di Jovanotti, divenuto testimonial spontaneo di questa minuscola liuteria. Lou Reed, l’ultima volta che è venuto a Milano, ha passato quasi una giornata a vedere il processo di fabbricazione degli strumenti, a parlare di materiali, di manualità, di saperi artigianali, a meravigliarsi che i tre, in realtà, facessero un altro lavoro.

La parola makers (letteralmente gente che fa) ha invaso anche i nostri media, dopo aver preso piede negli Stati Uniti. È una parola che non fa specie in una città e in un regione dove gli artigiani hanno costruito le fondamenta del boom economico del Paese. Questo immenso serbatoio di capacità, che oggi non è solo manuale ma intreccia sempre più tecnologie e competenze specifiche, è stato molto trascurato nel recente passato, forse perché a metà tra le politiche industriali e quelle sociali. Le famose best practises (letteralmente le migliori prassi, ossia il miglior metodo per produrre beni e servizi), parole chiave dell’Expo in divenire, sono anche loro in auge. In realtà, rappresentano la formalizzazione di processi che spesso ? soprattutto in campo artigianale ? sono frutto di una ricerca ossessiva e di una esperienza continuamente rinnovata e rigenerata. Capacità che Lou Reed aveva riconosciuto e a cui sua moglie ha voluto rendere omaggio. Ieri i fondatori di Noah erano a New York, a casa di Lou Reed, invitati a uno dei cinque giorni dedicati al grande performer appena scomparso. Hanno partecipato alla sessione «design food e fashion».

Sull’invito c’era scritto: «Niente discorsi, niente concerti dal vivo, solo canzoni di Lou, selezionate dai suoi familiari e dai suoi amici». Un modo raccolto di condividere il patrimonio di una grande «trasformatore» di emozioni. In grado di ascoltare, di cogliere, nella grande biodiversità che tutte le esistenze offrono, anche i segni più impercettibili. Anche dentro una cantina di Lambrate, piena di talento.

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La milano che progetta

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

La Triennale fa la Triennale. Si focalizza, o meglio si rifocalizza, su uno dei suoi pilastri: l’architettura, in un’accezione sempre più ampia e necessaria. Riaprendo quel canale di dialogo tra impresa e mondo della conoscenza, un dialogo che fa parte della sua missione e della sua storia. Per farlo, ha scelto una mostra su un tema cruciale, a volte controverso, spesso eluso dagli addetti ai lavori: l’infrastruttura, che definisce correttamente come le «architetture del mondo». E lo fa usando il Novecento come modello di riferimento, un secolo in cui le infrastrutture costituiscono uno dei motori della sua ineguagliabile crescita.

Se queste sono le premesse, diventano affascinanti, in tempi di scorciatoie mediatiche, i temi della complessità, delle relazioni tra competenze, degli apporti di discipline diverse che sottendono progetti molto articolati. Elementi che possono cambiare il volto di una città o semplicemente riconvertire una ex- ferrovia in una pista ciclabile. Convitato di pietra, la committenza pubblica.Molto del materiale riguarda il Nord Italia e la Lombardia, dove ingegneri, architetti e imprese diventano esponenti di un made in Italy ampiamente riconosciuto nel mondo internazionale degli addetti ai lavori e caratterizzato da una formazione che, anche in ambito scientifico, non trascura mai l’Umanesimo. Un aspetto, quest’ultimo, da cui l’Italia migliore non può prescindere nei suoi momenti più alti. In materia di infrastrutture c’è chi ? come le imprese e il sindacato (uniti, una volta tanto) ? evoca Keynes, economista sociale, chiedendo a ogni piè sospinto interventi pubblici. E chi le demonizza come crogiuolo di inettitudine istituzionale, se non addirittura di malaffare.

Da questa rassegna, densa e aperta a tante legittime domande, emerge una terza via che mette in fila le discipline, sempre più numerose, che ridisegnano i confini professionali, attinge dalla storia esempi virtuosi e vede nella definizione del paesaggio il senso delle sua sostenibilità.Sostenibilità intesa come capacità di portare a sintesi, appunto, le diverse discipline, disegnando un mondo che possa essere consegnato alle generazioni successive. Dove l’uomo sia al centro, prima che per la sua capacità di produrre, per la sua possibilità di muoversi, di realizzarsi, di accedere alle altre culture e conoscenze.

La mostra della Triennale ci ricorda quale contributo l’Italia e la stessa Milano abbiano saputo dare a livello internazionale, soprattutto dalla metà del secolo scorso, con competenze progettuali, tecniche e tecnologiche di grande qualità. E quanto ne stiano dando oggi, in giro per il mondo, tanti architetti e ingegneri italiani. Che qui hanno studiato, trovando poi una collocazione solo in quei sistemi-Paese che ormai sono più orientati alla qualità rispetto al nostro. Come sottolinea il bel libro ? travestito da catalogo ? che racconta la mostra, le architetture del mondo, fondate su saperi aperti e integrati, rendono il Pianeta più piccolo e a portata di mano.

Quasi sempre, anche più bello e interessante, in grado di veicolare idee, contenuti, futuro. Il complemento ancora necessario a tutti quei mondi che Internet ci ha aperto.

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Un’occasione per stupirsi

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Un secolo e mezzo fa nasceva il Politecnico di Milano. Si chiamava «Istituto Tecnico Superiore» e metteva insieme imprenditori e insegnanti, con le istituzioni municipali a sostegno. È la prima risposta alla rivoluzione industriale che, in Italia, arriva verso la metà dell’Ottocento; la prima pietra di una vocazione di Milano a città universitaria.

Del rapporto tra luoghi del fare, in senso allargato, e luoghi del sapere, il Politecnico costituisce sintesi e punto di riferimento del tessuto produttivo, fin dalla sua nascita.La mostra sui 150 anni, appena inaugurata alla Triennale, ha diversi livelli di lettura. Il titolo «Semi di Futuro» denota un obiettivo ambizioso: ipotizzare una narrazione del nostro futuro tra vent’anni, con la strumentazione cognitiva e lo stato dell’arte attuali. Sotto la regia di tre docenti (Luisa Collina, Paola Trapani, Federico Bucci), con un’operazione di intelligenza collettiva e saperi specialistici, l’anniversario diventa anche un’occasione unica per stupirsi di fronte a una carrellata di primati e a una collezione di gioielli che erano già puro futuro al momento della loro realizzazione. Dall’Isetta, madre delle citycar di oggi, al primo calcolatore portato in Italia circa sessant’anni fa dall’allora non ancora rettore Luigi Dadda. Dalla cucina di Joe Colombo agli oggetti di Franco Albini, Gio Ponti e altri della preziosa collezione permanente della Triennale stessa. Una riflessione sulla quotidianità del vivere, specie nelle città: il muoversi, l’abitare, il lavorare si incrociano con l’energia, i materiali, le tecnologie che verranno. Veicolati da un impianto grafico, a più mani e su diversi supporti, e dalla poesia tecnologica di Studio Azzurro. In un Paese che ha avuto grande talento nel produrre si comprende come sia esistita ? e forse esista ancora ? la capacità di fondere nel progetto una tradizione umanistica autentica, basata su principi valoriali e sociali, con le tecniche e le tecnologie. Così come la forte determinazione del Politecnico nell’abbracciare sempre più discipline è stata caratteristica indispensabile per diventare interfaccia privilegiata di un’industria figlia di un saper fare artigianale e frammentato. Giuseppe De Finetti, architetto e urbanista, autorevole ma fuori dal coro, nel suo libro «Milano. Costruzione di una città», scriveva già nel 1945: «Che cosa sappiamo noi del destino delle nostre città?». E si rispondeva: «Eppure il compito di rifare la città, di ridarle utilità e bellezza, si impone alla nostra coscienza».

La mostra, senza essere autocelebrativa, rinforza l’autostima della città e non solo, aprendo uno spiraglio su un futuro che, all’inizio del Millennio, ci appare confuso e nebuloso. Il Politecnico ha sempre accompagnato Milano, interpretandola e, spesso, precedendola. Tecnologie e principi sociali, multidisciplinarietà e saper fare sono alcuni degli elementi che emergono dal suo Dna in questa mostra. Elementi adeguati anche a un dovuto omaggio a Paolo Rosa, geniale regista e «assemblatore» milanese di tecnologie, fondatore di Studio Azzurro, scomparso durante la preparazione della mostra.

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Cultura, energia del Pianeta

Equilibri
Nicola Zanardi
Equilibri 2/2013

Tra gli anni ottanta e novanta la finanziarizzazione dell’economia, tra i tanti macroeffetti, ne ha prodotti due di particolare rilievo: una concentrazione di risorse sempre maggiore nelle mani di un sempre minor numero di persone e una progressiva erosione del senso del lavoro e della sua dignità. Un processo che ha portato, all’inizio del Terzo Millennio, a una redistribuzione dei redditi sia nei paesi in crescita, sia in quelli in crisi, con una polarizzazione di reddito e di capitale nelle classi alte e medioalte e con una generale contrazione di quelli delle classi medie, soprattutto nei paesi occidentali.

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Quali lavori per il futuro

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Dal dopoguerra a oggi il dibattito accademico (e poi mediatico) sull’urbanistica e, in generale, sulla forma della città ha occupato prima gli addetti ai lavori, quindi l’economia, la finanza e i grandi eventi, fino a esaurirsi in una serie di auspici che, in qualche maniera e con non tanta chiarezza, si collegano oggi a Expo.

La verità è che, nel frattempo, Milano ha cambiato pelle tante volte, perdendo la sua vocazione industriale e sostituendola con i servizi fino alla finanza, che ha continuato a sostenere l’edilizia finché ci è riuscita. E mentre Milano cambiava pelle, cambiava anche il suo paesaggio: capannoni abbandonati o spesso lasciati a metà, depositi vuoti, centinaia di fabbriche chiuse. Il paradosso è che nei decenni si sono accumulate generazioni e generazioni di manufatti e di capannoni, con una logica «consumistica», da mass market; quasi un «usa e getta permanente» che ha occupato una buona parte del territorio, con effetti paesaggistici devastanti e un’ininterrotta filiera che accompagna le nostre periferie, seguendo le direttrici e le autostrade che portano fuori dalla città.Ora, la vera domanda che si pone è collegata al problema reale del Millennio: il lavoro. O meglio la sua mancanza. Che fare quindi di questi manufatti? La verità è che tutto questo sistema è stato in piedi fino a che il lavoro è stato il collante fra compratori e acquirenti, fra produttori e consumatori. Nel momento in cui decresce la popolazione attiva (e diminuiscono anche le sue garanzie) e quella non attiva vive molto più a lungo (mentre la città implode) la vera domanda viene ancora una volta elusa.

Quali lavori serviranno ancora, che tipo di economia si potrà immaginare? Si continuerà a usare crisi e crescita come sinonimi di tempo brutto e tempo bello. Il premier inglese Cameron ha fatto fare un’indagine su quali potrebbero essere i lavori del 2030 (praticamente dopodomani). Vengono fuori lo smaltitore (non l’analista) di dati, lo specialista di contenuti verticali, figure senza tempo come gli insegnanti associati a figure virtuali come gli avatar e tanti altri profili e scenari che andranno comunque verificati. Se esisterà energia, nel senso più ampio del termine, sarà data dalla conoscenza, dalla capacità di metabolizzare la qualità e la quantità dei saperi, per applicarne poi i risultati. Potrebbe anche accadere che i paradigmi vengano rovesciati, per cui si studierà sempre e si lavorerà solo part time. Pasolini, già 40 anni fa, parlava di liberazione dal lavoro grazie alla tecnologia, intuendo che l’industrializzazione italiana sarebbe passata attraverso l’incremento dei beni privati e non delle infrastrutture pubbliche (scuole, ospedali, ferrovie) e che questo non avrebbe portato un vero benessere.

Il traguardo del lavoro si preannuncia difficile, alla fine di un percorso che prevede formazione, mediazione, prevenzione e informazione a ciclo continuo. E dei nostri capannoni, che occupano città e territori limitrofi senza soluzione di continuità, che ne faremo, in uno scenario siffatto? Li raderemo al suolo, intitolando a Pier Paolo Pasolini i parchi che sorgeranno dalle loro ceneri? O continueremo a parlare di crisi e di crescita, a fasi alterne?

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Metriche della fantasia

Cotec
Nicola Zanardi
Innovazione di processo e di prodotto nel sistema italiano

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Dall’hardware al software, la civiltà dei contenuti

TEDX / Cá Foscari Venezia
Nicola Zanardi

Il rapporto tra hardware e software è progressivamente diventato inversamente proporzionale. Se le  tecnologie hanno fatto da apripista con il progressivo calo dei prezzi dell’hardware, contenitori  che sono sempre più legittimati dal software che contengono.

Il software, oggi, è l’insieme di conoscenze, di saperi, di culture, di visione che sono indispensabili per qualsiasi progetto e costituisce nella sua accezione più ampia  la vera infrastruttura del tessuto produttivo del mondo. E se parliamo di sostenibilità oggi più che mai è un passaggio di conoscenze, il più imponente passaggio di conoscenza possibile, un  vero e proprio passaggio immateriale tra le generazioni.

Questo passaggio che prevede una ridefinizione delle discipline ha una ricaduta immediata sulla progettazione e sui processi che hanno e avranno a che fare con la produzione.

 

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Insieme per Expo

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

In tempi di confusione, nazionale e internazionale, la parola Expo evoca aspettative e prospettive, ma anche e sempre infrastrutture e appalti. Mai come a questo giro i vincoli economici, sociali e ambientali hanno un peso così rilevante. E forse anche benefico, perché dietro questi vincoli si celano sempre di più domande che potremmo definire «epocali». O millenarie. Dove al centro si trovano sviluppo e lavoro, con tutto il portato che queste due semplici ? e spesso male utilizzate parole ? trascinano con sé.

Che cosa si intende oggi per sviluppo? E quali lavori si possono ipotizzare in prospettiva? Quanto territorio si potrà ancora consumare nel mondo? E, tra le altre cose, considerando la parte sempre più rilevante di popolazione non attiva, come si concilia una riduzione indifferenziata di prospettive di lavoro e di retribuzione con i diritti acquisiti di questa parte crescente delle società? L’Expo, che vuol dire banalmente «mettere in mostra», è un’occasione, non l’unica, per cercare di fare una sintesi di quello che abbiamo oggi, di cosa ci interessa essere domani e magari cosa pensiamo per dopodomani.

Sono ragionamenti che un tema affascinante e intelligente come «Nutrire il Pianeta», anche a soli due anni dall’apertura, può affrontare. Dove nel discorso entrano i poveri ma anche i ricchi, i diritti ma anche i doveri, il nuovo ma ? anche e molto ? le radici.Perché si tratta di conoscenze e di culture e di come renderle attraenti per la divulgazione. Non di infrastrutture, banali o meno. Poco più di un anno fa il sociologo Richard Sennett, alla presenza dell’oggi scomparso Guido Martinotti, presentò il suo ultimo libro: «Insieme». Il libro inizia dall’Expo di Parigi del 1900 dove, accanto alla mostra «con le ultime novità tecniche» (water e sciacquoni, fucili a ripetizione e telai meccanici) esisteva una mostra parallela che faceva il punto sui problemi umani nati da quel trionfo della tecnica. Gli organizzatori lo avevano chiamato Musée Sociale, mentre gli espositori gli davano un nome diverso: La Question Social. Sennett, con la solita forza divulgativa, sottolinea la necessità di saper condividere le competenze e le esperienze. O meglio, rileva la capacità di collaborare come elemento catalizzatore di una società. Il tema è ovviamente centrale per Milano ed Expo: come le risorse della città, dalle Università alle associazioni, dai grandi gruppi che stanno ridisegnando la città ai pervasivi motori del volontariato possono lavorare insieme. Con le istituzioni, ma anche con i cittadini.

Questo esercizio è fondamentale per la nostra città, in una logica che provi a dare risposte anche nel dopo Expo, cercando di sciogliere nodi che possono diventare anche grandi opportunità. Che davvero si impari a mischiare il basso con l’alto, l’accademia con l’esperienza, la scienza con l’umanesimo. E, molto più banalmente, che si impari a lavorare insieme. Oggi è forse l’unico modo per sopravvivere; tutto quello che sta succedendo di questi tempi ci dimostra che è praticamente indispensabile. Per vivere, appunto.

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Gianni Sassi, una vita creativa

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Tra una Grande Brera che forse verrà e un’OCA (Officine Creative Ansaldo) che è arrivata, un’economia milanese in cerca di nuovi modelli aumenta le riflessioni sulla fruizione e, soprattutto, sulla produzione di cultura. Come in altri campi, a partire dalla politica, si cercano e si evocano figure di riferimento. Persone che costituiscano un esempio.

Oggi, nel giorno dalla sua precoce scomparsa avvenuta venti anni fa, il pensiero va a Gianni Sassi, un vero innovatore che ha «vissuto» Milano dal Sessanta fino ai primi anni Novanta. Per chi non lo conoscesse, una di quelle figure di confine tra creatività pura e grande capacità applicativa, che riusciva a mettere insieme tante personalità diverse. Le sue attività hanno spaziato dalla casa discografica Cramps (gli Area, per cui scriveva anche i testi, Eugenio Finardi, Alberto Camerini e tante avanguardie musicali) alla rivista letteraria Alfabeta, da La Gola, dedicata al cibo, alla rivista scientifica SE Scienza Esperienza. E poi festival di ogni tipo, dalla poesia alla danza. Sulla carta d’identità aveva scritto «grafico», ma quante capacità multidisciplinari, si direbbe oggi, e come sapeva applicarle.

Di una Milano che poteva essere insieme bellissima e inquietante, liberatoria e opprimente, Sassi era un regista a tutto campo più che un «operatore culturale». In realtà, ha fatto politica nel senso più nobile del termine. Per Frankenstein, suo pseudonimo come autore, contavano i progetti: accogliere il talento, prima ancora che promuoverlo. Non gli interessavano i contenitori ma i contenuti, non i numeri ma le persone, non le etichette ma le emozioni. Un intellettuale con un’anima pop che ha costruito veri e propri palinsesti, già molto lontani da quelli televisivi, nei quali il senso, e qualche volta il non senso, erano gli ospiti privilegiati. Con una visione in cui l’iconografia e la forma avevano un peso almeno pari a quello dei contenuti e una progettualità sempre al limite dell’utopia, immersa in un’ attività febbrile e concreta. Con forme organizzative (Cooperativa Intrapresa era il nome di una delle sue «scatole» operative) altrettanto innovative e con scelte «alternative» che hanno saputo avvicinare tante persone a una cultura aperta e stimolante. Un vero esempio per una città come Milano, oggi in grande difficoltà nell’elaborare un suo progetto di futuro. «Creatività è adattamento all’ambiente», scriveva Paolo Virno introducendo un bel libro di Emilio Garroni, dal titolo ? appunto ? «Creatività».

Gianni Sassi ha disegnato davvero nuovi ambienti, culturali e non solo, adattando il suo grande talento a una città che ha contribuito fortemente a cambiare. Cogliendo il nuovo e il diverso degli ambienti che ha attraversato. Creando e lavorando insieme agli altri in una Milano corale che tanto ha influenzato anche i suoi contemporanei. Spesso era senza risorse. Mai senza idee, comunque.

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L’identità di Milano

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Il contributo-manifesto dei rettori e l’endorsement forte e chiaro (tra gli altri, di Piero Bassetti, Alberto Meomartini e del sindaco Pisapia) mettono sul tavolo due temi che si sovrappongono non solo in Italia, ma anche a Milano.

Il primo è il ruolo della conoscenza in tutti i processi economici, produttivi e sociali e la sua centralità in un mondo della produzione e del business sempre più darwiniano. Lo scenario è più che chiaro, le direzioni da prendere, purtroppo, né semplici né condivise. In tutto il mondo sono finite le rendite di posizione, che invece sopravvivono qui da noi come un ulteriore lascito archeologico. Ricerca e innovazione, con tutte le sfumature del caso e anche qualche fraintendimento, costituiscono le vere e proprie infrastrutture dei Paesi e delle città più competitive. Con tempismo e unità di intenti, i (quasi) nuovi rettori milanesi danno la carica avendo, tra i pochi in Italia, un esercito di docenti e studenti di buon livello, quando non ottimo. Non è così lungo tutta la penisola e il professor Sartori lo ricordava non molto tempo fa in un editoriale uscito proprio su questo giornale.

Il secondo tema sottolinea una dinamica più locale ma che, nel gioco di specchi di un Paese sempre più «pura espressione geografica», diventa centrale per l’Italia che verrà. Qual è l’identità di Milano? Quale ruolo può avere la Lombardia, in una logica internazionale ed europea, macroregionale e, per finire, anche solo italiana? Come il fin troppo citato Ohio per Obama è solo la chiave per conquistare il Senato alle elezioni o, anche, una potenziale California delle applicazioni, data la quantità e la capacità di saper fare delle sue aziende? Bocconi, Politecnico e Università Statale e, in generale, tutte le altre istituzioni universitarie, a partire dalla Cattolica, hanno lavorato molto in questi anni per avere qualità e aperture necessarie affinché il loro ruolo fosse adeguato agli standard globali. Nell’epoca della complessità il mondo accademico ha, oggi, tanti oneri in più: deve essere facilitatore e veicolo di contenuti anche fuori dalle sue aule oltre che, nel merito, attento garante di uguaglianza e coesione sociale, e, non ultimo, enzima dell’ecosistema produttivo. La sostenibilità del Paese ha davvero bisogno di un sistema che, facendo cardine su Milano, metta il sapere sempre più a contatto con il fare, nel senso illuministico del termine.

In questa direzione la Lombardia, con un pezzo della classe dirigente attuale (certo non con tutta), può ancora avere le caratteristiche di una locomotiva trainante. Certo, la triste campagna elettorale cui assistiamo a livello nazionale, i cui protagonismi mediatici e livori senili in egual misura hanno cannibalizzato una fondamentale contesa regionale, sembra dare segnali opposti: su contenuti e modalità di cambiamento siamo fermi a slogan elementari con un’«agenda» inesistente su didattica e formazione, sapere e innovazione. Il nostro Ohio (o la nostra California), a questo giro, sarà deciso su vecchi materiali di repertorio.

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Le tasse degli stranieri

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Una ricerca della preziosa Fondazione Leone Moressa sui comportamenti fiscali degli stranieri smonta qualche pregiudizio alimentato negli anni. Nel 2010, gli immigrati hanno pagato tasse in Lombardia per oltre 1,6 miliardi, con la media più alta d’Italia: circa 3.766 euro a testa. Inoltre, un quinto del totale degli stranieri in Italia vive qui.Altra sorpresa per chi è abituato ad associarli solo alla cronaca nera: i romeni sono i contribuenti che complessivamente pagano di più (poco più del 10 per cento di tutto il gettito Irpef fornito dagli stranieri in Italia), seguiti da francesi, svizzeri e tedeschi, che sono meno numerosi, ma versano cifre pro capite ovviamente più alte.

Nel 2011 la Fondazione Ismu, nel suo rapporto sulle migrazioni, ha censito solo 27 mila stranieri in più in tutta Italia. Solo fino a due anni prima si registravano circa 500 mila nuove presenze l’anno. Il calo, ovviamente, colpisce molto di più le due aree più attrattive: le grandi aree urbane di Milano e Roma e il Nord Est.Oltre a non attrarre cervelli e a far scappare i nostri, si fa sempre più fatica a trattenere gli stranieri che vivono qui. Qualcuno, non si sa se più per ignoranza o per ottusità, se ne mostra contento, ma questo è un pessimo segnale. La crescita economica zero (o quasi), stabile da tanti anni, alla fine ha provocato la crescita zero dell’immigrazione, dopo un decennio dove gli stranieri, nel nostro Paese, sono passati da 1,3 milioni a più di quattro volte tanto.

Ma allora gli immigrati rubano davvero il lavoro? Neanche per sogno. Sempre più svolgono attività complementari a quelle degli italiani: lavori spesso insostituibili in settori cruciali come la sanità, l’assistenza domiciliare nelle sue forme più varie, nel commercio e nei servizi. Su più di 600 mila imprenditori stranieri, la gran parte opera nel Nord Italia e la Lombardia è prima per indice di attrattività occupazionale. Il che non vuol dire che, senza lavoro e con difficoltà inclusive più alte che in altri Stati, gli stranieri possano aspettare. Andranno dove pensano che si possa trovarlo, il lavoro. Gli immigrati minacciano gli equilibri della città? A Londra, il censimento del 2011 certifica che i «non inglesi» di origine (asiatici, neri, sudamericani eccetera fino agli altri europei) hanno superato gli inglesi bianchi (che sono il 45% della popolazione) eppure, nel 2012, Olimpiadi e turismo sono stati al top e la stessa City non appare affranta da questo sorpasso. Giova ricordare che la parte più giovane della popolazione lombarda è sempre più costituita da giovani immigrati di seconda generazione.

Anche chi vuole trattenere il 75 per cento di tasse sul territorio sarà opportuno si ricordi di loro. Emarginarli da qualsiasi forma di rappresentanza, negargli diritti a cui una civiltà che sia tale non può sottrarsi è la vera tassa che paghiamo alle grandi città del mondo. Dove sui parametri del rispetto reciproco e di pari opportunità, persone e culture diverse hanno costruito le fondamenta della loro capacità di convivenza e attrazione. Renderli invisibili allontana questi giovani da un futuro nelle nostre città. Ma allontana anche il futuro dalle nostre città.

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Oltre i confini della regione

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

I programmi vanno e vengono, tra primarie e candidature d’imperio mentre l’Europa aumenta il suo peso per le prossime elezioni. Anche e soprattutto a livello regionale. Un esempio è il programma «Horizon 2020», 80 miliardi di euro investiti dal 2014 al 2020, con la funzione di stimolare la cooperazione sui terreni della ricerca e innovazione. Insieme sul nuovo, insomma. Viene anche richiesto, in questo modo, di ridefinire i confini delle politiche pubbliche nazionali di ricerca scientifica e tecnologica.

È un passo verso un’Europa più politica, che cerca di contenere il potere degli Stati nazionali, fino a ora arcigni custodi di queste competenze, nel bene e, spesso, nel male. Dall’alto della sua visione, l’Unione Europea, in questo settore, ha piena titolarità. Dal basso, le Regioni, hanno conquistato competenze esclusive o concorrenti con i governi centrali. L’Ocse, nel suo prezioso Rapporto sulle politiche regionali per l’innovazione, conferma che tutti gli Stati e le loro Regioni stanno andando in questa direzione: dalla Spagna a Regioni con competenze federali consolidate come la Germania, fino agli Stati Uniti che, per dinamiche storiche e politiche, hanno fatto da battistrada. L’esigenza di massa critica, sia sulle competenze scientifiche e tecnologiche che sulla finanza, è direttamente proporzionale al peso futuro delle aree regionali portando alla necessità di un rapporto più strategico e fattivo tra Stato e Regione. In un quadro siffatto è evidente che l’isolamento che la Lombardia ha subito in questi venti anni ? nonostante un governo centrale e regionale in mano, quasi continuativamente, a figure politiche che vengono da questi territori ? andrà interrotto da chiunque vincerà.

L’«Europa delle Regioni» assegna alle Regioni, appunto, un ruolo centrale nelle politiche strutturali e di coesione, riconoscendo loro esplicitamente una sensibilità sui territori e una capacità di leva nelle aree di arretratezza tecnologico-scientifica ? e quindi economica. È fondamentale individuare le specializzazioni intelligenti, quelle aree tecnologiche, produttive e sostenibili che possano davvero essere competitive, e non solo eccellenze certificate nei corridoi delle Regioni, nel nostro caso la Lombardia. Non si tratta, per parlare di programmi, di prendere le grandi direttrici tecnologiche generiche (bio, nano, info science, Ict eccetera) e farne delle enciclopediche versioni «bonsai» a uso locale. Parliamo, invece, di iperspecializzazioni, di necessità di servizi innovativi e soprattutto competitivi, di mercati quasi sempre di nicchia. Con applicazioni e migrazioni tecnologiche tra settori, con strategie tempestive per il grande e troppo frammentato patrimonio delle manifatture, oggi in difficoltà a indirizzare le proprie competenze. Con tanta capacità inventiva e progettuale. Le macroregioni esigono macrocompetenze per avere, spesso, tanti microsettori che possano funzionare davvero.

Servirà molto studio e molta intelligenza per non perdere il treno dell’economia del futuro. Candidati e partiti hanno l’obbligo di essere «chirurgici» in un ambito così delicato. La retorica, in questi settori, ha il passo del gambero.

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La lezione delle primarie

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Calato il sipario a livello nazionale, i fari sono puntati, per pochi giorni ? forse troppo pochi ? sulle primarie per scegliere il candidato della sinistra o del centrosinistra in Lombardia. Primarie di una regione con oltre dieci milioni di abitanti e un livello di concentrazione economica che la colloca tra le prime «economie regionali» in Europa.

A questo giro, le primarie nazionali hanno portato note positive e diverse. Con la sola forza di un confronto basato su principi di realtà e lealtà, hanno sovvertito l’agenda del potere e dei media, facendo diventare remoto il passato prossimo e costringendo i partiti (tutti o quel che ne resta) a chiedersi finalmente chi sono e che senso hanno. E a farli riflettere sul fatto che i loro azionisti di riferimento sono ? prima di tutto ? i cittadini suscitando riflessioni interessanti anche negli altri schieramenti. A destra, fino a pochi giorni fa, ci sono stati confronti anche accesi sull’opportunità di primarie. Segnali, ancorché deboli, di democrazia in crescita subito spazzati via dalla necessità politica di mantenere la stessa legge elettorale con oligarchi e listini blindati.

Nel frattempo un centro a geometria variabile, sempre più orfano di eredità democristiane, rimane in perpetua attesa di un novello messia. Dalle primarie nazionali è emersa un’idea di Paese, e delle sue prospettive, molto più precisa. Idea che ? come stiamo vedendo ? continua a non arrivare dai cosiddetti «tecnici», i cui numeri diventano meno scientifici a seconda di temi e interlocutori. Tra gli insegnamenti per le primarie lombarde in arrivo la constatazione che non esiste, in realtà, una separazione così marcata tra politica e società civile. Così accade che toni e confronti possano essere passionali e civili allo stesso tempo e anche i media, salvo eccezioni, si adeguino al nuovo corso. Se poi emergono i contenuti, allora l’attenzione sale e di molto.

I cinque candidati delle primarie nazionali appena concluse sono politici di professione, persone appassionate e perbene. I tre protagonisti delle primarie lombarde (Ambrosoli, Di Stefano, Kustermann), pur venendo da altre esperienze, sono persone altrettanto appassionate e perbene, e, in forme diverse, hanno un’idea della politica altrettanto lucida. Per le elezioni, più che mai, conteranno le idee, la trasparenza, i progetti. E i voti, in questo turno, verranno da solidarietà, etica, inclusione e innovazione sociale, legalità, beni comuni e altri concetti chiave. Filtri indispensabili per i «beni principali» dei cittadini: salute, educazione, libertà e lavoro, pilastro essenziale, quest’ultimo, per una vita dignitosa.

Si va verso partiti più civili (o «civilizzati») e società più «politiche», verso una ibridazione e non più una contrapposizione delle parti. Max Weber, nel suo testo «Politica come professione», ci insegna che passione, senso di responsabilità e lungimiranza sono le vere qualità dell’uomo politico. Ogni curriculum in questo senso è benvenuto. Anche da non politici.

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Il senso di una nuova Lombardia

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Tra un federalismo picaresco e un’eccellenza urlata e non sempre suffragata dalla realtà, la giunta regionale si è impantanata nella palude dell’illegalità. Una palude insidiosa, piena di coccodrilli non tutti indigeni, ma anche di politici spaventati dall’eventualità, non remota, di trovarsi un lavoro tramite curriculum e che contempli degli obblighi, con retribuzioni reali e non marziane. Su questi temi magistratura, media e partiti (quel che ne resta) hanno tanto da lavorare.

Occorre parallelamente immaginare una nuova Lombardia, segnata da prospettive dotate di senso, vera materia prima per un’ipotesi concreta di futuro. Il punto centrale è e dovrà essere il lavoro partendo da ambiti come il paesaggio, la manifattura, il welfare. Il primo comprende la rigenerazione del patrimonio edilizio, la bonifica di fiumi e laghi, la riqualificazione del territorio e una nuova missione per aree ora non più antropizzate: milioni di metri cubi di capannoni e sfregi ambientali che possono essere convertiti ad attività più legate al mondo che ci sta venendo incontro. Un’operazione da fare con tutte le tecnologie ora disponibili. Come, per esempio, in Alto Adige.

La sostenibilità, del resto, presuppone progetti e non cemento inutile, conoscenza e non «relazioni pericolose». La manifattura e il suo indotto, in questa parte del Paese, rimangono un perno centrale, almeno quanto i servizi. Superati i dieci milioni di abitanti, la Lombardia conta ancora il maggior numero di operai, che non sono affatto una categoria estinta. C’è la necessità di banche che facciano di più le banche, di un Fisco più analitico e meno massimalista, e soprattutto del know how per utilizzare le tante competenze e la flessibilità di offerta nei settori che oggi hanno un senso nel mondo. Perché, come si sa, la domanda interna langue. Occorre quindi far dialogare costantemente gli imprenditori con chi ha visione, innovazione e ricerca. Insomma, meno convegni e più confronti.Il welfare è paradossalmente messo meglio. C’è un tessuto già strutturato, c’è tanta vivacità, un mondo di imprese «sociali» che sono vere imprese, nel senso etimologico del termine che presuppone un impianto etico e un ruolo nella comunità. Il nuovo perimetro, inevitabilmente, ridurrà spazi a organizzazioni finora eccessivamente privilegiate dal pubblico e dovrà dare tono e dignità a chi ha una storia e sappia coniugare valori ed esperienze. Il welfare sta cambiando a vista d’occhio e anche la cultura è sempre più un pezzo della sua connotazione.

I partiti hanno gli strumenti per una strategia che contenga semi per il futuro e non solo di grande discontinuità con il passato? Nel comporre le liste elettorali sapranno individuare, per lo più nella società, le risorse che servono alla Lombardia e al suo Parlamento? Il senso della loro esistenza e sopravvivenza sta tutto qui.

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Un curriculum per avere una casa

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Ottantamila alloggi sfitti a Milano, più del 10 per cento dell’offerta complessiva cittadina. Il pensiero corre a quella parte della città fatta di giovani coppie, studenti, insegnanti. Precari pure questi ultimi, anche quelli che percepiscono uno stipendio «sicuro» ma non sufficiente. Un pezzo di Milano che lo Stato e il mercato pagano troppo poco: ricercatori e professionisti, dirigenti ed esperti che non trovano più lavoro, molti dei quali oggi nel grande insieme delle partite Iva. Quasi tutti con curricula brillanti.

Un tessuto culturale e produttivo che ha avuto dignità fino a pochi anni fa, perché nei suoi progetti, nelle sue attività di grande qualità, nelle sue capacità manageriali, nel suo essere collante educativo, «spalmato» dagli asili nido all’Università, c’era la lettura e il senso di una città come Milano. Professioni con una lunga storia, mestieri di grande utilità, imprese, spesso, letteralmente inventate. Profili specializzati per cui il lavoro è diventato una chimera. Insieme a giovani che quel poco che trovano è per definizione «a rischio». Imprenditori di se stessi, obtorto collo, che, anche quando riescono a lavorare, fanno fatica a portare a casa i propri crediti. Questo quadro stride con altre figure, assurte in questi giorni alle prime pagine dei giornali, che dovrebbero fare «politica», ma non si sa in quale accezione intendano questa parola. Casi in cui il curriculum diventa uno strumento inversamente proporzionale al lavoro ottenuto, come anche al potere.

È difficile pensare di stare dentro la società, partecipare a un consesso democratico e fare figli senza possedere i requisiti minimi, a partire dalla casa, per realizzare un’esistenza dignitosa. Quante generazioni vogliamo perdere perché non si è stati in grado di supportare gente che ha studiato, che dovrebbe costituire il futuro della città e del Paese? Perché non strutturare un fondo di garanzia comunale per avere accesso alla casa e garantirne i proprietari, valutando storia e curriculum di ciascuno, prima di tenere come unico parametro il reddito? Questo può essere più semplice e rapido di un piano di edilizia pubblica, auspicabile certo, ma con tempi di esecuzione troppo lunghi.

Dalla parte dei proprietari c’è ovviamente timore, oltre all’obbligo di pagamento delle tasse anche sugli affitti non riscossi, il che non agevola di certo l’accesso a migliaia di giovani e non più giovani. Per attrarre gente, studenti, stranieri, per far uscire i ragazzi di casa all’età giusta, per rimanere una città con una soglia di disuguaglianza accettabile, occorre provvedere. È un pezzo basico di quella ricucitura della città su cui in tanti, e in tante maniere, stanno riflettendo.

Domani a Milano parlerà anche di questo l’antropologo Marc Augé. Forse sentiremo ragionare di civiltà e di qualità di vita, di educazione permanente. Per un giorno staremo a digiuno di smart city e start up, di spending review e di spread. Ci farà male?

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Mind the gap

Equilibri
Nicola Zanardi
Equilibri 2/2012

All’inizio del 1993 esce in Francia un libretto dal titolo Lavorare meno, lavorare tutti. L’autore è un sociologo, Guy Aznar, che individua strategie e soluzioni coerenti con il titolo. Alcune, come la riduzione dell’orario di lavoro (le famose 35 ore) a parità di salario o il tempo parziale sono legate al dibattito di quel periodo.
Altre sono più legate ai diritti, come il «mezzo tempo parentale e filiale» o il «mezzo tempo classico». Due temi appaiono decisamente più visionari: la spartizione della disoccupazione con gli occupati (job sharing) e il cosiddetto «secondo assegno».

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Un brand per Milano

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Tra un problema di derivati ben risolto e uno sulle coppie di fatto affrontato con grande determinazione rispunta ciclicamente il tema dell’ identità di Milano e del suo marchio. Questione che si amplifica con il tema della città metropolitana e delle province che vanno – finalmente – a scomparire. E che fa da sfondo a un’ Expo affatto disvelata. I giornali hanno dato notizia di una riunione/incontro su Milano come brand, prima tappa dell’ amministrazione sul tema. Una buona notizia perché si coglie una certa sensibilità.

Un problema – come spesso si recita nelle grandi organizzazioni – può diventare una grande opportunità. Già inseguire il brand a partire dai modelli codificati (New York, Berlino, Barcellona ecc.) vuol dire indagare su contenuti e offerte di queste città. E su di sé. Ricordando che non c’ è marchio se non c’ è identità. Costruire un percorso verso una valorizzazione degli asset – metropolitani a questo punto – presuppone, oggi, tante competenze. E tante professionalità. Una giunta, nata sotto il segno di associazioni e di figure spesso indipendenti e della loro capacità di incidere sulle realtà, deve essere molto attenta ai rapporti, sempre più complicati, tra politica e società civile. Due pianeti lontani in buona parte del Paese, una frattura senza alcun senso agli occhi del cittadino. Coinvolgere le associazioni che possono avere un ruolo può essere un primo passo. Per esempio l’ Aiap per i progettisti grafici, l’ Art Directors Club per i creativi pubblicitari, l’ Adi per i designer. Citiamo solo tre nomi per contiguità con il tema, consapevoli che ce ne sarebbero molti altri che hanno cose da dire.

Costruire un brand vuol dire avere in testa un percorso chiaro, una idea di città più precisa, una strategia e una regia più ampia e complessa di quella che trapela (non comunicando ai più) attraverso le interviste sui media. Tutti questi input non necessariamente devono venire dal sindaco, dagli assessori o, in generale, dalla politica. Ognuno ha la sua formazione ed è giusto che faccia quello che può e sa fare. Ascoltare la città, le sue risorse, i suoi progetti, le sue piccole e grandi utopie diventa però, in questi tempi senza verità né certezze, un compito fondamentale per un progetto politico portato al governo della città da aspettative elevate. Magari una visione e un progetto strategico da portare avanti sono in arrivo. Dobbiamo però essere onesti: il modello Milano non c’ è ancora. Va messo a punto almeno un modello formalizzato di partecipazione e di monitoraggio di quello che già c’ è. È una condizione fondamentale per un posizionamento della città, punto di partenza per costruire un brand. Cominciamo a chiedere un contributo continuativo alle associazioni citate. E non solo a loro. In maniera chiara e trasparente. Dai professionisti si impara sempre. I dilettanti rischiano di essere confusi con il potere. O di confondersi con esso.

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Sognando Milano Valley

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

A Milano e in Italia una parola si amplifica con una eco sempre più potente: start up. Che, in italiano, significa «avviamento», «entrare in affari». Qualche tempo fa un’ azienda molto interessante, Digital Magics, che fa da incubatore industriale ad altre aziende per progetti su Internet, ha messo insieme un centinaio di operatori del settore in un incontro sulle possibilità dell’ industria digitale.

C’ erano le media company, le web media company, le agenzie media e gli investitori. Strutture grandi e minuscole, sveglie o più conservatrici. Il titolo era legato alla ricostruzione digitale, con una domanda implicita su quale futuro possano avere i media digitali italiani. Anche rispetto al resto del mondo. In Italia, più del 90 per cento degli attori di questo settore si esprime sul palcoscenico milanese: una realtà che ingloba intere filiere, attivando dinamiche cruciali per la città e per il suo sviluppo, a partire dai posti di lavoro. Ovvio che luci e ombre si intreccino. Alcuni si sono lamentati della mancanza di infrastrutture, ma l’ analisi delle percentuali su terreni come la pubblicità sui canali digitali o l’ e- commerce, abbondantemente sotto la media europea, così come una quota molto limitata, anche se benemerita, di capitale di rischio (venture capital) sono indici di preoccupazione.

E se è vero che le infrastrutture in questi anni non sono cresciute, è anche vero che rimaniamo il paese in Europa con il maggior numero di cellulari e di quegli strumenti (smartphone, Ipad e affini) necessari per ricevere e trasmettere in mobilità. In questo ultimo dato è insita una domanda potenziale molto alta a cui non corrispondono servizi e risposte competitive. Non abbiamo abbastanza offerta. Il che, visto da un altro punto di vista, è una grande opportunità. Diversi hanno sottolineato il dinamismo di Berlino, a cui è stata aggiunta la parola «Valley», in omaggio alla celeberrima Silicon Valley californiana. Un modello più vicino a noi, in grandissima crescita. Ma che cosa caratterizza una città come Berlino? Affitti e costi bassi, molti giovani, tanti stranieri (a partire dagli svedesi) che vanno lì ad aprire aziende, più di 500 avviamenti contabilizzati, il 20 per cento dei quali finanziato da «capitale di rischio». Solo per dare un’ idea dell’ habitat, già oggi un grande editore tedesco tradizionale realizza il 33 per cento del suo fatturato con il digitale.

Occorre avere il coraggio di dire alcune cose. Mettere questo tema sulle spalle del venture capital, troppo gracile, e del settore pubblico, con le tasche vuote, vuol dire farne un argomento di nicchia per convegni. Ci vuole invece coraggio e l’ intelligenza di lavorare su un’ offerta digitale ricca e fantasiosa che coinvolga, anche fuori dai temi dell’ incontro, le migliaia di aziende piccole e medie che hanno bisogno di idee e tecnologie, anche semplici, per cambiare direzione. Questo può aiutare sia le start up sia le Pmi. Le prime sono una piccola frazione delle seconde, ma, nelle dinamiche attuali, le due realtà sono molto più simili di quanto sembri. Insieme, con una politica industriale da inizio Millennio, potrebbero essere la base per una Milano Valley. Ricostruita o costruita ex novo, non importa.

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Prima i saperi e poi le aree

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

La Città della Salute nasce con il compito di mettere insieme due Istituti di ricerca e cura (Besta e Tumori) tra i più quotati a livello nazionale e internazionale, stringere i rapporti con il mondo accademico ancorandosi a un ospedale più generalista (Sacco) con alcune specializzazioni importanti. Nasce per confrontarsi con lo sviluppo impetuoso della scienza della vita e della materia e di tutte le tecnologie sempre più pervasive.

È un progetto che ha una grande coerenza rispetto alla storia di Milano. Già con l’ Expo del 1881, la città istituisce addirittura una commissione per «educazione, istruzione tecnica, previdenza e beneficenza» che mette insieme la formazione professionale e tecnica e «imprese sociali ed etiche» come le opere pie. Un welfare di fine Ottocento messo in mostra con orgoglio e lungimiranza. E prima del 1930 vede, tra le altre cose, nascere gli Istituti clinici di perfezionamento, l’Istituto sieroterapico milanese e la prima Clinica del lavoro al mondo, sotto la direzione di Devoto. Anche la Clinica Mangiagalli e il Policlinico del Bambino «Vittore Buzzi» sono strutture complementari e contemporanee al servizio della donna e del bambino, cresciute entrambe sotto la regia di Mangiagalli che, nel 1928, crea anche l’ Istituto dei Tumori. Mentre alla fine del 1700 è il Pio Albergo Trivulzio a vedere la luce dove oggi è situata l’ Università Cattolica. Un monastero benedettino che è sintesi, nella storia di Milano, di didattica, scienza e luoghi di cura e di pietas, ingredienti essenziali nello sviluppo della città, sempre in dialogo e confronto.

Lo stesso dialogo e confronto che oggi viene chiesto a una medicina che necessita di contenuti e contenitori basati su nuovi paradigmi. Nell’ ultimo secolo le aspettative di vita sono più che raddoppiate, i percorsi di cura sono diventati tanti e sempre più personalizzati con una speculare frammentazione delle conoscenze. D’ altro canto il rischio di invecchiamento delle specialità mediche e del loro knowhow è la vera sfida da affrontare tutti i giorni, dai primari ai ricercatori a tutti gli operatori, comprese le mansioni più umili. Ed è tutto l’ ambito scientifico a essere coinvolto, dalla medicina del post genoma alle tecnologie, ai perimetri – mutevoli – di tutte le discipline. Che costringono a ridisegnare l’ insegnamento e le applicazioni, focalizzando sempre più l’ offerta sanitaria, attraverso la sua rete, verso la persona e chi le è più vicino.

La Città della Salute, a questo punto, diventa una nuova metafora del rapporto tra potere e sapere. Se nel secolo scorso Milano è stata tra i leader della modernità in molti campi della salute, la Città della Salute ha un compito altrettanto ambizioso. Serve ora un approccio progettuale e realizzativo che tenga conto delle complessità che presuppone e delle prospettive che offre. È necessario che il progetto sia già metabolizzato, vivo e ben definito, prima di discutere di nuove aree. Milano, cento anni fa, non aveva solo buoni medici ma visione, volontà e anche tanta conoscenza negli uomini di potere. Non vorremmo che il potere e il sapere, mentre incombe una tempesta economica globale, si allontanassero troppo. I danni potrebbero essere incalcolabili.

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C’è un’idea alla Triennale

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Da pochi giorni, in sincronia con il Salone del Mobile, è stata inaugurata la quinta edizione del Museo della Triennale. Con un passaggio coraggioso dagli oggetti, tema delle precedenti quattro fasi, alla grafica italiana. Questa edizione, mettendo questa disciplina al centro di una riflessione attenta, ne focalizza il ruolo avuto nella crescita del Paese e nella strutturazione del suo sistema produttivo.

La grafica, soprattutto a Milano, è stata il baricentro di un arco di produzione molto ampio, costituendo un perno e un’ infrastruttura solida del sistema industriale milanese e, più in generale, italiano. Ha dato forma ai contenuti più svariati, ha costruito nel tempo i canali d’ informazione, ha formato generazioni al bello e al nuovo, alleggerendo le industrie pesanti e irrobustendo quelle leggere, a partire da quella editoriale. Formare e informare sono oggi più che mai i pilastri delle economie che crescono e che nasceranno, nella lunga dissolvenza dalla materia all’ immateriale. Senza il contributo della grafica italiana e dei suoi tanti protagonisti, il boom economico, la moda e il design, le aziende di beni e servizi non sarebbero stati la stessa cosa. La qualità, lo spessore e l’ eterogeneità delle sue figure di riferimento hanno pesantemente influenzato il settore pubblico, così come quello privato. Le sezioni della mostra lo confermano. Munari, Grignani, Noorda, Steiner, Lupi, Maoloni, Vignelli, Provinciali, Sassi, Tovaglia, Pintori e molti altri, ancora oggi sconosciuti ai non addetti ai lavori, hanno riempito di contenuti e di futuro la crescita di Milano e dell’ Italia. Con la loro cultura prima ancora che con i loro disegni. E con una caratteristica quasi antitaliana: quel tratto comune di understatement e gentilezza che li accomuna a tanta parte del tessuto produttivo artigianale e dei suoi spesso ignoti protagonisti.

Il Salone del Mobile, ovviamente, è stato il luogo di eccellenza per sperimentazione e consacrazione internazionale, mentre il sistema produttivo italiano sapeva anche attrarre grandi professionisti: dagli americani Milton Glaser e Tibor Kalman al belga cosmopolita Jean-Michel Folon, fino a grandi maestri svizzeri come Max Huber. Che cosa succede oggi? La grafica milanese (e italiana) c’ è ancora, è vivace e interessante, e anche se fa più fatica a trovare gli spazi di una volta, continua a mantenere una forte identità. Solidi professionisti come i curatori Camuffo e Piazza, o come i più giovani Menichelli, Sfligiotti, Pitis, Perondi, Genovese, Sonnoli, Bubbico, Marzotto, Pitoni, Franchi e tanti altri si dividono tra lavoro, insegnamento e contaminazione di generi ed esperienze, contribuendo così a formare nuove generazioni. Un approccio multidisciplinare, in continuità con i loro predecessori.

Per questo, ancora oggi, la grafica continua a nutrire, in tanti sensi, Milano. Sarebbe bello che manager e professionisti di altri campi, oltre alle scuole, agli appassionati e ai molti stranieri in questi giorni presenti al Salone, trovassero il tempo di vedere, in Triennale, questo museo in continua mutazione. È una bella fotografia di quello che siamo stati. E uno scenario e un’ ipotesi di quello che potremmo essere. O diventare. Volendo.

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Triennale, una tripla A

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

La trama. Una parte della città si spacca sulla nomina della Triennale. Un consiglio di amministrazione, nominato dalla politica (precedente) sulla base della chiara fama e professionalità, naviga nella propria autonomia; i protagonisti numero uno e due di elezioni vinte contro ogni pronostico non comunicano tra di loro (eufemismo); un ennesimo corpo a corpo si svolge dentro il partito di maggioranza. Un braccio di ferro su due nomi con un curriculum ineccepibile rispetto alle professioni esercitate che occupa tutto lo schermo della vicenda nascondendo il contenuto della disputa. Un film che, invece, potrebbe essere pieno di passione e idee.

La Triennale per storia, Dna e valore simbolico costituisce una parte importante del software che muove la città. Una questione che non va sottovalutata né ridotta a battaglia tra puristi ed esegeti dell’ incarico (pubblico). Nasce per dare impulsi a tutto il sistema nervoso della città, che, del suo lavoro immateriale e della sua capacità di divulgare e rendere fruibili saperi e complessità che ne derivano, ha un bisogno vitale. Dove design è una parola desueta rispetto alla potenza progettuale e tecnologica oggi possibile. Dove la personalizzazione deve passare in secondo piano rispetto ai contenuti, il vero oggetto di una realtà che evoca e identifica una Milano internazionale, cosmopolita e visionaria. Una delle poche istituzioni che accolgono e mettono a proprio agio tutti, nessuno escluso. Dagli studenti agli stranieri, dai ricercatori ai professionisti, dai turisti a chi si avvicina al bello e al nuovo. Dalle famiglie ai senza meta della domenica.

La Triennale è sintesi del Novecento più fulgido di Milano e ha come compito la scrittura di molte pagine del futuro della città. Rispettarla come istituzione vuole dire soprattutto rafforzarne missione, ambito di visione e raggio di azione. Perché le persone passano, i simboli restano. E la migliore valorizzazione è un programma, in teoria, semplice: – alfabetizzare al nuovo, con gli strumenti più utili e senza censure, consci che i progetti sono sempre più figli di tanti saperi; – accogliere idee e progetti altri, specie in fase sperimentale, con un confronto costante e costruttivo. Una natura di agorà coltivata fin dall’ inizio della sua storia; – autostima da riattivare, riconoscendo alla città capacità e talento delle sue eccellenze e dei suoi cittadini più attenti e curiosi. Per quanto riguarda programmi più specifici si rimanda a una signora che a Milano si è formata, Paola Antonelli. Tanti anni fa andò a New York munita del proprio curriculum e delle proprie capacità. Oggi dirige il dipartimento di architettura e design del più grande contenitore di pensiero sul contemporaneo del mondo, il Museum of Modern art (Moma). Guardare la sua programmazione, passata e futura, aiuta a comprendere cosa vuol dire innovare valorizzando, e al tempo stesso, rispettando una istituzione.

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Obiettivi e strategie della Milano di Pisapia

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Nel pieno della più radicale trasformazione (o involuzione) dell’ Occidente, Milano ha girato la boa dei sei mesi di governo. La giunta, per uscire dai suoi problemi finanziari, ha inaugurato con pragmatismo una stagione di rigore. Fatta salva la discontinuità – indubbia – quali sono gli orizzonti che si pone il nuovo governo della città? Quali riflessioni si possono fare sulla sua capacità di dare risposte adeguate alla trasformazione globale, di essere trainante per tutto il Paese?

Le tre grandi rivoluzioni di questo primissimo scorcio di secolo – la scienza della vita, quella della materia e quella della conoscenza – stanno trasformando alla velocità della luce (o dei neutrini) il lavoro, i processi produttivi, i sistemi di formazione. Così come stanno cambiando i punti di riferimento per le prospettive di vita e le scelte di welfare conseguenti, dalla sanità alla pensione. Chiedersi dove va, dove sta andando, dove può andare Milano vuol dire coinvolgere tutta la società, anche i soggetti più eccentrici e i meno legati a sistemi organizzati. Ha preso corpo una politica che mette in ordine, che lavora in profondità, che ha trovato una strada etica e trasparente sulle nomine delle società e degli enti pubblici. Manca un progetto complessivo. Come si rapporta Milano con il suo «intorno», che ne costituisce ancora la forza manifatturiera, che identità vuole perseguire, davanti a una platea internazionale, sui suoi asset più forti, quali prospettive scientifiche e tecnologiche vede profilarsi al suo orizzonte? Zurigo Barcellona, Stoccolma, Monaco di Baviera, esempi europei di città della stessa «misura» di Milano, hanno affinato da tempo le loro caratteristiche sia verso il mondo che verso i propri cittadini. La nostra città deve ancora trovare il modo di raccogliersi e focalizzare una sua identità più precisa. È compito della politica, indubbiamente, perché, oltre a idee ed esperienze, occorre infondere fiducia, far intravedere prospettive, valorizzare quello – e non è poco – che già c’ è.

Alcuni nodi importanti di questi mesi, dall’ Area C al Piano di governo del territorio, costituiscono scelte locali ma la loro direzione interessa tutta l’ Italia. Se esiste un laboratorio Milano – e non è così chiaro – occorrono anche i saperi e le piccole e grandi utopie dei cittadini, a partire dai più giovani. La politica, da troppo tempo, propone solo eventi rituali più che partecipazione. Non va lasciata sola nell’ immaginare la Milano che verrà. Servono occasioni di ascolto e di confronto più interessanti e attrattive. È un compito in più, specie per chi governa se non si vogliono deludere le grandi aspettative della città.

Chiediamoci e condividiamo in che direzione vogliamo andare. È una domanda che, in questo difficile e confuso periodo, molti si stanno già facendo a livello personale. Una dimensione più collettiva potrebbe diventare un motore imprevisto.

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L’impronta milanese

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Patinata e acuta, la rivista Monocle colpisce ancora. L’ Occidente arranca tra demografia, Pil e finanza e i suoi redattori vanno a verificare il benessere del mondo attraversando la cultura, di massa e non, nella sua accezione più ampia, mettendo in rilievo il soft power delle idee e la sua centralità e solidità contro la forza economica hard di armi, mattoni e merci di bassa qualità, oggi un modello economico sotto tiro.

Sotto un cappello che potremmo definire impronta culturale, sull’ esempio dell’ Impronta ecologica, formula di misurazione e libro di Mathis Wackernagel che verifica l’ impatto dell’ uomo sugli ecosistemi della Terra, comprende tante cose: dalla qualità delle scuole alle innovazioni – tecnologiche e non -, dal non profit alla produzione filmica e musicale. È il Pil del terzo millennio? A sentire Monocle sicuramente sì, anche se nessuno dei Bric (Brasile, Russia, India e Cina, cioè quei Paesi che crescono del 10 per cento), si affaccia in questa classifica. Se questi diventassero davvero criteri e tendenze, a Milano non saremmo messi così male. Fondazioni e non profit fanno parte attiva del sistema nervoso (e di sicurezza) della città, la produzione scientifica è abbastanza vivace, i settori conclamati – moda e design – tengono bene, i brevetti un po’ meno. Si cala sulla capacità di attrarre turisti, studenti, professori, manager. Si produce cultura, ma non la si esporta. Un problema italiano, non solo di Milano. I giornali stranieri non sentono l’ esigenza di avere corrispondenti; forse è la stessa trama della città a non poter essere letta. Non brilliamo certo per medaglie olimpiche – un indicatore utilizzato dalla rivista per verificare la diffusione dei fondamentali sportivi.

Emerge che il modello è sempre più immateriale, anche se non ancora preso sul serio dall’ establishment economico-finanziario indigeno. Salvo quando Apple arriva ai vertici della Borsa o muore Steve Jobs, sdoganato per i più dall’ i-Phone, non certo da più di trenta anni di innovazione pervasiva e trasversale. La produzione immateriale che crea il soft power evidenziato da Monocle rimane ancora troppo spesso nascosta, occultata, sottovalutata in città. Si affaccia in qualche segmento istituzionale. La Bocconi, per esempio, si è attivata da anni con intelligenza e attenzione. Una produzione che ha sempre di più un peso nella qualità e nell’ economia, e che ha messo il turbo nel Terzo Millennio. Milano, in questo contesto, ha ancora un posto. Un posto discreto che potrebbe facilmente diventare buono. E, con una visione e una regia accorta, anche ottimo. Tra i vari problemi sul tappeto, l’ eredità professionale delle nuove generazioni di designer e creativi, ricercatori e artigiani, per guardare solo la punta dell’ iceberg. Il passaggio generazionale è un tema, nel nostro Paese e nella nostra città, molto sottovalutato.

C’ è un mondo frammentato e capace che può tenere in piedi Milano in un disegno più moderno e di qualità più alta. Facciamo in modo che i suoi potenziali protagonisti non scappino – volontà sempre più spesso espressa dai ragazzi e anche da qualche facoltoso genitore – e che la città sappia accoglierne altri. Diamo loro fiducia e credito. In caso contrario raggiungeranno altri coetanei per creare un’ altra impronta culturale in qualche parte del mondo.

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Il PD, Boeri e il ruolo dei partiti

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

L’ assessore Boeri ha manifestato, in una lettera aperta, il disappunto per la mancanza del suo partito, il Pd, nel supportare o meglio nell’ essere presente in un momento così intenso della vita milanese, oltre che italiana. Lamentandone l’ assenza dai temi reali della città. E invitando i cittadini e chi aveva supportato il nuovo sindaco a iscriversi al partito. In sostanza, a occupare un partito vuoto.

Il tema della rappresentanza è un tema vecchio come la democrazia e spesso altrettanto irrisolto. Boeri coglie un pezzo fondamentale della politica che si è profilata a Milano. Un vero movimento di associazioni, di categorie, di territorio ma soprattutto di cittadini, di individui che non hanno stima di chi li rappresenta a destra come a sinistra e che hanno fatto tutto da soli. Al festival del Pd, a settembre, non c’ era una foto che fosse una del sindaco Pisapia, simbolo del cambio di prospettiva delle ultime elezioni in Italia. Milano sta ancora aspettando che, a livello nazionale, qualche dirigente di quel partito e di tutti gli altri, si ponga delle domande su quello che è successo in questa città. E cioè che le compagnie di giro che occupano i posti chiave e vanno sui media non sono all’ altezza per i tempi che corrono. Che il solco con i partiti è diventato un mare non attraversabile. Chi sta nei partiti la chiama antipolitica. Chi crede che questa società abbia bisogno d’ altro sa che vanno cambiati i partiti e comunque chi deve rappresentare, in democrazia. Al di là dei «big bang» dei sindaci nuovi che rasentano l’ onnipotenza, sono i cittadini che portano la loro intelligenza e le loro esperienze in una politica che metta al centro il futuro di questo Paese. È successo, per citare Balzac che «il vero eroe moderno è (diventato) il padre di famiglia». Come facciamo a fare diventare collettiva e pervasiva l’ intelligenza e le capacità di una comunità di una città grande come Milano? Come facciamo ad accogliere e a selezionare quei cittadini che hanno competenze e idee senza passare dalle dogane inflessibili di partiti svuotati di idee e di rigore?

In queste elezioni a destra, senza alcuna discussione, era stata imposta la ricandidatura di un sindaco che molti, all’ interno di quello schieramento, avrebbero preferito evitare. A sinistra, si erano accodati prima a un candidato, lo stesso Boeri, che non vivevano come loro espressione, e poi, obtorto collo, a chi aveva vinto le primarie. A questo punto possiamo dire per fortuna, perché abbiamo un sindaco e un assessore alla cultura che sono espressione del volere dei cittadini, una volta tanto. Accogliamo la riflessione di Boeri. La rappresentanza si costruisce creando spazi e canali per i padri di famiglia, in senso lato ovviamente. E da lì che si costruisce la polis. Non dalle sue infrastrutture.

La burocrazia politica, più ancora di quella istituzionale, ha fatto il suo tempo e i suoi danni. Oggi ci vuole coraggio anche a iscriversi a un partito ma forse c’ è molta più viltà nel non farlo. Se non si vuole lasciare che il Paese rimanga in mano ad una classe dirigente che non ha più alcuna qualità per essere chiamata tale.

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Fare e Sapere. Una via italiana all’innovazione

Impresa & Stato
Nicola Zanardi
Impresa & Stato - Indice N. 91/2011

Cinquecento anni fa l’Europa era al centro del mondo, l’Italia era prima per ricchez- za, i paesi che si affacciavano sul Mediterraneo assieme a lei erano al quinto posto (Fran- cia) e al decimo (Spagna). Nei primi dodici posti c’erano solo paesi europei. Il sapere e il saper fare erano un suo monopolio.

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Nono solo autostima

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Secondo Monocle, intelligente rivista del mondo globalizzato, Milano non è nelle prime 25 città del mondo per la qualità della vita. Ci stupiamo? Direi di no. Ci fanno compagnia Londra e Dublino, Boston e San Francisco, Basilea e Amsterdam. Riflettiamo, ne va della autostima della città. Forse serve anche a chi la governa. Nel raggio di 100 chilometri abbiamo una delle più alte concentrazioni produttive del pianeta, oggi in difficoltà.

Secondo Peter Taylor, studioso attento e credibile, uno degli asset della città è il suo tessuto e le sue attitudini a connettere professioni e segmenti applicativi, anche a livello internazionale. Una sorta di collante progettuale e produttivo. Una concentrazione che, per tanti anni, ha garantito vitalità e sviluppo. Milano stessa è stata vetrina e consulente per marketing, comunicazione, progettazione, design, il software del secolo scorso. Oggi può diventarlo per ricerca e innovazione tecnologica, le nuove attività immateriali. Attorno ci sono almeno dieci città che possono attrarre persone che ci lavorano garantendo una ottima qualità di vita. Mare, montagna, laghi, luoghi unici come Venezia o Firenze possono essere raggiunti in meno di due ore. Quante delle prescelte da Monocle hanno queste possibilità?

Dentro la città creatività e progettualità fanno sempre più fatica a trovare una committenza, eppure le multinazionali cercano di convincere i loro vertici a rimanere qui perché certe competenze non si trovano facilmente da altre parti. La sanità rimane democratica e di buona qualità rispetto alla maggior parte del mondo. Il mondo accademico è fitto di talenti individuali e ormai consapevole delle accelerazioni necessarie al suo ruolo cruciale. Le fiere tengono, anche se andranno ripensate nell’ approccio e nella forma. Solo il Salone del Mobile, però, sintetizza una Milano aperta, contemporanea e inaspettata. Subito dopo si torna subito nei rispettivi bunker. Sussidiarietà e solidarietà fanno parte della qualità della vita? Sempre di più. Un sistema di solidarietà e di reti diffuse svolge un lavoro di tessitura sociale sostituendosi spesso alle istituzioni, soprattutto con i più deboli. Ci sono 21 milioni di mq di spazi verdi con previsioni per arrivare a 30. Finalizzati, comunicati e soprattutto percepiti sono numeri da alta classifica, ci dice il paesaggista Kipar. Certe parti della città hanno acquisito nel tempo identità e visibilità. Da Lambrate, con arte e design, alla Bovisa, contenitore di nuovi contenuti, al nuovo Portello con la sensibilità, tra gli altri, di Cino Zucchi. Tutto bene, dunque? No, di certo. La città poggia le sue fondamenta sull’ iniziativa privata ed è impaurita da questa crisi. Altro che stipendio fisso. Ha puntato molto, forse troppo, sull’ altra faccia dell’ immaterialità, quella finanza che quasi mai porta benessere a tutti. E ha perso gradienti di civiltà illudendosi che i veri valori non avessero la necessità di una manutenzione costante. Monocle ha scelto luoghi che, prima di tutto, hanno tanta civiltà come infrastruttura e come governance.

Per Milano il primo passo è riuscire ad attenuare le sue disuguaglianze. Quando un insegnante, un artigiano, un creativo avranno di nuovo lo stesso status sociale, e una retribuzione non così penalizzata rispetto a un avvocato, a un manager, a un finanziere, tutta la città avrà più peso anche nel mondo.

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La meta nobile di Milano

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

A meno di 1.400 giorni dall’ inizio di Expo 2015, nei giorni degli esami di maturità, abbiamo riletto Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita sul sito www.expo2015.org. Invitiamo tutti i cittadini a farlo, vista la bellezza e la contemporaneità del tema, anche se, forse, meriterebbe una riscrittura più ponderata e attenta rispetto a quella attuale.

Una prima associazione porta ad un grande «educatore» e intellettuale milanese, Riccardo Bauer, motore inesauribile di quella grande officina sociale, e non solo, che è stata ed è la Società Umanitaria, vero e proprio serbatoio di intelligenza della Milano da ricostruire e sviluppare nel secondo dopoguerra. Educare alla democrazia e alla pace è una bellissima antologia dei suoi pensieri, dove la passione civile diventa la materia prima per diffondere la cultura tra i lavoratori, creare scuole professionali, integrare i più deboli. In tempi in cui il tema della crescita si intreccia con moltissime discipline, senza una educazione alla pace e alla giustizia, il Pianeta non troverà alimento per tutti. E da Bauer, educatore locale su temi globali, a Eric Hobsbawm, storico globale sensibile ai temi locali, il passo è breve. Che cosa ci insegna lo storico, peraltro oggetto di una traccia dell’ esame di maturità di quest’ anno? Tra le tante, una davvero fondamentale: la fine delle civiltà contadine è la conclusione di un modello evolutivo durato per migliaia di anni, nonché il momento sociale più drammatico degli ultimi cinquanta anni.

Nella seconda parte del «secolo breve», per citare il suo libro più famoso, la cultura agraria si trasforma in società industriale. Europa e Giappone prima, poi il Sudamerica e, infine, i Paesi Asiatici abbandonano la cultura contadina, unico collante non industriale globale. Da queste due figure molto lontane emergono il concetto di limite e quello di rispetto. Limiti all’ uomo e al suo potere, rispetto dell’ altro e dei suoi diritti. La crescita, nello scenario che si è delineato in questi anni, è un oggetto a più facce: ci saranno circa due miliardi di persone in più entro il 2050, ci dicono i demografi. Occorrerà utilizzare saperi, tecnologie, innovazione e tanta formazione per consumare molte meno energie e materie prime. Nutrire il pianeta di democrazia, formazione e salute sarà l’ unico modo affinché l’ alimentazione, la prevenzione e le economie raggiungano un punto di equilibrio.

I padiglioni di Expo 2015 possono essere i nuovi perimetri delle tante culture che l’ uomo ha saputo creare dove modelli di democrazia, di formazione, di sanità dovranno conquistare il palcoscenico più grande. Un grande software universale fatto da una sapienza millenaria e dalla conoscenza applicata del terzo Millennio. Modelli da scambiare, da esportare, da importare. Chiediamo a tutti i Paesi di portarci queste esperienze. Troviamo il modo di chiederlo anche a chi ha meno potere: le associazioni, le Ong, i tanti utopisti del mondo che trovano un riscontro quotidiano alle loro idee nelle diverse realtà quotidiane. Nutrire vuol dire soddisfare necessità vitali ma anche alimentare e arricchire lo spirito. Milano, nei prossimi anni, ha una meta nobile e precisa verso cui tendere.

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Aspettative elevate

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

A fronte di un investimento individuale e collettivo di grande portata, tra gli elettori del centrosinistra si oscilla tra aspettative «alte» e «speriamo che non ci deludano». Mentre la felicità di chi ha sostenuto Pisapia si trasforma in curiosità e desideri, la domanda di grandi prestazioni nei confronti della nuova amministrazione, attivata dal lungo dialogo con gli elettori, va tenuta in altissima considerazione.

Rispetto alla partecipazione, le primarie hanno inizialmente deluso, rivelandosi, però, straordinariamente efficaci nell’ ascolto dei cittadini, nel setaccio dei bisogni, nel comporre il puzzle delle complessità, nel far emergere le tante realtà di cui Milano è portatrice. Queste primarie, in sintesi, hanno aperto un canale autentico e credibile con i cittadini. Un lavoro da abbecedario della politica, in teoria. Di questi tempi, invece, un vero e proprio gesto rivoluzionario, con buona pace dei fautori dell’ estremismo del neosindaco. Boeri, Onida, Pisapia e Sacerdoti hanno squadernato la città, sono andati davvero a svelare le sue tante virtù, spesso rimosse in tutti questi anni, così come a toccare i suoi nervi scoperti. Trovando motivi di stupore e, forse, anche di impotenza, per un patrimonio di competenza, di intelligenza, di generosità, di civiltà che si è conservato nonostante la sua marginalizzazione e i tempi che corrono. Un patrimonio che è il vero software di Milano. Il suo marchio di fabbrica. Nei confronti tra candidati, anche a distanza, nelle primarie come in quelli per le elezioni, tutto questo non è venuto fuori. Ma i cittadini, una volta tanto attori protagonisti, evidentemente hanno percepito una tensione etica, una concretezza di intenti, delle prospettive inaspettate. La città ha acquisito autostima, c’ è stato un avvicinamento progressivo, soprattutto da parte dei più giovani, ma non solo, alla politica. Della quale sono stati colti l’ impegno, la passione, il suo essere necessaria, sebbene in forme completamente diverse. Un risultato rivoluzionario, appunto, del moderato Pisapia.

I partiti che lo sostenevano sono stati indietro, non sappiamo dire se per strategia e o per mancanza di strumenti adeguati, cosa che non si può dire sia successo nel centrodestra. Lo stesso Boeri, altro perno di questa vittoria, ha conquistato sul campo il ruolo di capo – e non solo di capolista – per i tanti meriti acquisiti a partire dalla reazione leale alla sua sconfitta alle primarie. In attesa delle scelte prioritarie e dei progetti da realizzare rapidamente, il nuovo sindaco ha preso tempo per varare la sua squadra, che auspichiamo essere più vivace culturalmente e professionalmente rispetto ad altre esperienze del centrosinistra, anche in grandi comuni. Un tempo accettabile di decantazione è una risposta a chi gli chiede sostanzialmente dei nomi. Le aspettative, come dicevamo, sono altissime, e non solo a Milano. E la delusione dei cittadini per la politica è sempre dietro l’ angolo.

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Adesso rispettare i programmi

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Cercasi città aperta che non confonda la qualità della conoscenza con la quantità delle cariche, la crescita delle relazioni sociali con il pil, il benessere collettivo con i privilegi di pochi, l’ essere con l’ avere. Forse ci siamo distratti ma, per esempio, dai programmi dei candidati non emerge una grande centralità della vita dei bambini. Che è trasversale rispetto a un sistema urbano e va dall’ inquinamento ai luoghi di socializzazione, più o meno verdi, dal sostegno all’ integrazione delle famiglie, in ogni forma e composizione, alla qualità del cibo nelle scuole.

I bambini non sono piccoli adulti e nemmeno una categoria sociale. I bambini sono bambini, con necessità specifiche, devono avere relazioni stabili e durature con i loro formatori, una educazione alla socializzazione e alla convivenza, religiosa o laica, e comunque per qualsiasi credo. Tutte le loro scelte, oggi, dipendono dai genitori perché un’ autonomia relazionale che cresca proporzionalmente all’ età presuppone quartieri, luoghi e in generale una città a misura di uomo, con una polizia locale che svolga il ruolo di punto di riferimento per i cittadini, a partire dai più deboli. Per la repressione altri servitori dello Stato svolgono già egregiamente il loro compito ancorché sottostrutturati e con pochi mezzi. Cercasi città contemporanea rispetto al lavoro. Quasi un milione di metri quadri di uffici sfitti, migliaia di negozi vuoti hanno un significato.

Tra i compiti degli amministratori non esiste soltanto la manutenzione del consenso abbassando il livello alle esigenze del cortile elettorale, è fondamentale una riflessione seria sulle possibilità di lavoro nel Terzo Millennio. Questa è l’ innovazione che serve. La Germania e altri Paesi dimostrano che da questa crisi, pesantissima, si può uscire e le loro città hanno fatto molto più del loro dovere con provvedimenti e agevolazioni, figli di un pensiero e di una regia da amministratori consapevoli. Evocare lo stato di crisi globale diventa un alibi non più sostenibile se non si cercano con impegno percorsi, anche non necessariamente originali. Guardare agli altri è un atto di umiltà. E l’ umiltà è la vera conoscenza del sé. In un momento dove le info-nano-bio scienze stanno rivoluzionando il mondo, paventare pericoli epocali o proporre elenchi sterminati dove il cittadino si perde vuol dire eludere le responsabilità. Milano, invece, nella storia italiana e non, ha sempre avuto un ruolo centrale. E ha bisogno come l’ aria di autostima, di imparare di nuovo a conoscersi, di fiducia in sé stessa e nei suoi cittadini. E’ ora di volare più alto, di concentrarsi sulle soluzioni.

I problemi si conoscono a memoria, occorre affrontare le tante complessità con un approccio altrettanto complesso. Chiunque vinca le elezioni, dopo tanta fatica e passione, rischia di far rimanere la città alla periferia del mondo se non fa un salto quantico rispetto all’ applicazione dei suoi programmi. È la vera sfida. Il dna di Milano è il saper fare, a livello individuale e collettivo. È troppo chiedere altrettanto saper fare ai suoi prossimi governanti?

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I beni principali

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Milano, almeno fino alla fine degli anni Novanta, ha avuto un ruolo di accoglienza senza eguali, per esempio per quanto riguarda il mondo del lavoro. Era la meta da tutto il Paese, qualche volta tramite il corso di studi svolto già in città, molto più spesso come primo punto di approdo al mondo produttivo a qualsiasi livello. Difficile pensare, tra gli anni del dopoguerra e il 2000, a particolari percorsi agevolati da relazioni o a meccanismi legati a raccomandazioni.

O meglio, sicuramente ci saranno stati, ma non a discapito di chi valeva o aveva forti motivazioni. Curriculum e interessi facevano testo e la retribuzione, anche per i lavori più modesti, permetteva perlomeno la condivisione di una casa e un mantenimento decoroso all’ interno della città. Settori come la pubblicità o il giornalismo, professioni come l’ avvocato o il commercialista, mestieri legati al saper fare garantivano accesso, stipendio, possibilità di crescita a chiunque avesse capacità e volontà. A un certo punto il meccanismo si è rotto, trasformando la città in un campione di disuguaglianza, esteso agli studenti come ai migranti, agli insegnanti come a molte categorie di dipendenti e di piccoli artigiani e imprenditori. Diventando rapidamente più grigia, più arrabbiata, incapace di accogliere e tesa a individuare nemici.

Due libri, tra i tanti, mi vengono in mente. Il primo di qualche anno fa e spesso citato anche da me, è di due sociologi olandesi, si chiama «Quanta disuguaglianza possiamo accettare?». Il secondo, «Introduzione a Rawls», recensito recentemente da Giulio Giorello su questo giornale, è a cura di un altro filosofo italiano, Sebastiano Maffettone. John Rawls, grande filosofo americano il cui libro più famoso s’ intitola «Una teoria della giustizia», mette in fila gli ingredienti base («beni principali», li chiama) affinché il progetto di vita di una persona possa realizzarsi: salute, libertà, una tenuta economica dignitosa e il trarre una qualche soddisfazione da quello che si fa. Lo studioso, grande difensore delle libertà, pone in particolare l’ accento sulle disuguaglianze, che sono ammesse, nel suo pensiero, solo se aumentano i vantaggi dello svantaggiato. Insomma, se di disuguaglianza si deve parlare, questa deve favorire il soggetto più debole. Suona strano? Rawls era un moderato o un pericoloso estremista? Nessuno dei due, solo un eccellente studioso che mischiava giustizia sociale e tradizione liberale. Il tema delle disuguaglianze, nessuna esclusa, può essere considerato una buona traccia da seguire per i candidati al ballottaggio. Rawls ha scritto il libro nel 1971 ed è mancato neanche dieci anni fa. Un contemporaneo, quindi, da cui chiunque andrà ad amministrare potrà imparare qualcosa.

Di contenitori, volumetrie, grattacieli si è parlato fin troppo; di questi altri contenuti aspettiamo invece segnali da tanto, troppo tempo. E più di noi li aspettano i giovani, chi arriva da altre culture, chi con l’ età è diventato più fragile. Quanta disuguaglianza dobbiamo ancora aspettarci, cari sindaci in pectore?

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Fare e sapere

Impresa & Stato
Nicola Zanardi

Cinquecento anni fa l’Europa era al centro del mondo, l’Italia era prima per ricchezza, i paesi che si affacciavano sul Mediterraneo assieme a lei erano al quinto posto (Francia) e al decimo (Spagna). Nei primi dodici posti c’erano solo paesi europei. Il sapere e il saper fare erano un suo monopolio.

Cinquant’anni fa la stessa fonte (The Atlas of the Real World), con lo stesso indicatore di ricchezza (GDP, Gross Domestic Product ovvero il nostro Pil), ci fornisce un dato assolutamente sorprendente. Nei primi dieci posti ci sono soltanto Svizzera (quarto), Francia (sesto),  Danimarca (nono).

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Imparare a decidere

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Enzo Tiezzi, nel suo «Tempi storici tempi biologici», immagina la «nuova ecologia» come somma di tante discipline scientifiche e non. La crisi ambientale nasce, secondo lui, dalla stridente differenza tra i tempi velocissimi della tecnologia e quelli quasi biblici della biologia.

La nuova ecologia però – affermava lo scienziato recentemente scomparso – è soprattutto una disciplina politica perché implica una visione, e rapide decisioni conseguenti. Sempre nell’ interesse generale. Non sappiamo chi tra i nostri politici abbia queste doti o rispetti questi principi. In attesa di conoscere le visioni dei candidati sindaci alle prossime elezioni di Milano, tra cui immaginiamo anche il sindaco in carica, vediamo un esempio non troppo distante da qui.

In tempi di green economy da talk show e di Pgt ad approvazione rallentata l’ esperienza di Lione può essere istruttiva. Vicino al suo centro, sette anni fa, è stato programmato un intervento immobiliare focalizzato sul risparmio di energia, con un obiettivo ambizioso: l’ 80 per cento del riscaldamento doveva essere ottenuto da energie rinnovabili. Questo consentiva il sostegno di un programma della Ue, dall’ evocativo nome Concerto, nato per finanziare operazioni sul controllo dei consumi. Materiali, superfici, recupero delle acque, rapporto con il paesaggio, sistemi di riscaldamento, tutte conoscenze già disponibili sul mercato dei prodotti e dei professionisti, niente di rivoluzionario. Un concerto, appunto, eseguito da tanti saperi applicati e ormai a portata di preventivo. Il quartiere prende il nome di Lyon Confluence perché è situato dove si congiungono i due fiumi della città. L’ intero progetto arriverà quasi a mezzo milione di metri quadri, tra abitazioni e uffici, con 40 ettari tra spazi pubblici e verdi.

L’ energia consumata va dal 25 al 50% di quella prevista oggi dalle norme (120kwh/mq). Non si sono fatti mancare nulla, a Lione. Dai grandi architetti, tra cui i soliti noti Herzog & de Meuron, Portzamparc, Ricciotti, Fuksas, ai paesaggisti, da sempre rispettati e valorizzati in Francia. La regia, però, è rimasta saldamente nelle mani dell’ amministrazione. Soldi pubblici per le infrastrutture, contributi dall’ Unione Europea per le applicazioni virtuose, l’ obbligo di destinare un quarto della superficie complessiva a case popolari, con gli stessi requisiti energetici e la medesima qualità degli altri immobili. Il che non ha impedito che il resto dell’ offerta mantenesse prezzi adeguati, per i giusti profitti delle imprese che hanno investito sul progetto. Tutto qui.

Un’ amministrazione che non usa le parole innovazione o sostenibilità a sproposito, né aggettivi roboanti, tanto meno manifesti celebrativi. Semplicemente decide. Con la conoscenza adeguata e l’ autorevolezza necessaria. Come si inseriscono nei programmi dei candidati sindaci questi due ultimi concetti?

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Trovare un regista per il software della città

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Quanto hardware inteso come edifici e infrastrutture ha segnato Milano, e non solo, dal dopoguerra ad oggi? Questi contenitori, in tutti i sensi pesante eredità che incombe sul nostro futuro, non potrebbero essere migliori se solo si pensasse al loro contenuto? Chi progetta i contenuti per i contenitori? Gli architetti, i politici, gli urbanisti, i funzionari amministrativi, i costruttori? La domanda è aperta.

A questo proposito un saggio e appassionato come Italo Lupi si chiedeva come mai le archistar non fornissero progetti all’ altezza della loro fama, a Milano. Forse perché manca una interfaccia e una committenza adeguata? La sequenza del film rimane la stessa: uffici e residenze. Forse non utilissimi, oggi, con più di 80mila case sfitte e una crisi del terziario molto seria. Un abbecedario di esempi nel mondo è un libro che si chiama City Making, di Charles Landry, a capo di una società di consulenza che, da tanti anni, si occupa delle relazioni tra il software di una città, il suo contenuto costituito da cultura, attitudini, vocazioni, talenti e il suo hardware, la pianificazione territoriale e strategica, i suoi contenitori. Proviamo ad immaginare qualche contenuto per un terzo Millennio milanese che sta eliminando tutte le certezze del secolo precedente, a partire dal lavoro. Un grande centro focalizzato sulla musica a City Life, per esempio, dalle scuole per i bambini alle sale per i congressi della Fiera usate anche per i concerti, dal conservatorio a una scuola per liutai e di restauro di strumenti antichi? In attesa del museo di Libeskind. Non sarebbe più attrattivo anche per i nuovi residenti e per il quartiere? Un’ area che rispetti la vocazione artigianale della città con una struttura di formazione adeguata ai tempi e a una domanda che torna a crescere, all’ Isola oppure attorno alla Stazione di Porta Genova, aree che hanno visto scomparire una competenza e una esperienza legata alla manualità, e non solo, ma che conservano un’ anima legata al saper fare.

Al posto di pensare alla nuova sede per la Rai, un polo per una filiera legata a media di vecchia e nuova generazione (da Current Tv a Magnolia oggi a Lambrate, Indiana e Music Production in via Argelati, BitMama in Ripamonti e altre centinaia di realtà) potrebbe aumentare la concentrazione di nuove professioni legate al cambio epocale che sta avvenendo in quella che, fino a poco tempo fa, chiamavamo televisione. Magari vicino a scuole e compagnie di teatro, parenti poveri che tanto hanno contribuito a connotare, nel bene, Milano. Per non parlare di accorpare e dare spazi ben identificati, nei quartieri, alla solidarietà e alle sue tante forme associative creando un sistema più stabile, a supporto degli operatori del terzo settore e, in ultima analisi, della città intera.

Pensare e definire le aree con funzioni che possano caratterizzare una sua modernità può aiutare a restituire valore a residenze e uffici. I dormitori interessano a pochi. Gli uffici, di questi tempi, quasi a nessuno. Serve un ruolo di regia per i contenuti dei contenitori, o meglio, per il software della città. A chi affidarlo?

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Il dialogo tra ricerca e imprese secondo Hublab

Il Sole 24 Ore
Maria Bianucci

Il talento italiano è un esempio di biodiversità, miscela unica di manualità e intelligenza che va salvaguardata. Così racconta a Footprint, su Il Sole 24 Ore di lunedì 8 novembre, Nicola Zanardi, fondatore di Hublab, agenzia milanese di intermediazione culturale e scientifica tra il mondo accademico e quello delle imprese. Hublab ha creato un raccordo tra ricerca e produzione, dando priorità ai ricercatori italiani, compresi coloro che sono impegnati all’estero, nell’ambito delle strategie per l’innovazione, della migrazione di applicazioni, del trasferimento tecnologico.

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La sostenibilità della conoscenza

Il Sole 24 Ore
Maria Bianucci

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Giovani in vetrina

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Chi decide di fare un’ impresa ed è alla sua prima esperienza non passa per uno sportello bancario senza robuste garanzie. Men che meno accede alla finanza. E se Milano è la piazza della finanza possiamo dire tranquillamente che ha scordato chi ha idee e spirito imprenditoriale contraddicendo il suo dna.

Nella sua complessità, però, la città vede qualche standard da città globale anche in settori di prospettiva come quelli legati alla conoscenza. Una grande banca, per esempio, ha appena presentato a investitori, non solo italiani, una selezione di start up nell’ ambito delle tecnologie legate all’ ambiente (cleantech). Una presentazione sobria, dieci minuti in inglese, in cui i giovani imprenditori, tutti con profili legati alla ricerca, raccontavano chi erano, quante risorse chiedevano e per cosa. Con un rigore adeguato ai tempi, quasi a ricordare il Max Weber de «La scienza come professione», celeberrima conferenza del 1917 ai «liberi studenti» di Monaco.

Nel Paese dei convegni sull’ innovazione e dei mantra su ricerca e sviluppo, dove le parole occupano tutta la scena togliendo ogni spazio ai fatti, un contributo concreto, al termine di un lavoro serio, è un bel segnale. Possiamo chiedere qualcosa di più? Quanto i criteri d’ innovazione, di scenario, di medio periodo (e non solo di breve), fanno parte della valutazione per erogare credito e fare investimenti? Quali strumenti sono necessari per mettere in contatto più efficacemente applicazioni e produzione? Molte università a Milano, a partire dal Politecnico, hanno costruito rapporti e canali con le miriadi di piccole e medie imprese della città e dell’ area produttiva lombarda. Più difficile, per queste imprese, trovare le risorse per retribuire con continuità la fondamentale conoscenza che il sistema accademico e di ricerca, nel suo complesso, è in grado di dispensare con competenza. L’ innovazione nasce spesso da singoli individui ma ha sempre la necessità di un habitat adeguato per essere fruibile. È una pratica di visione e di attesa, di lungimiranza e di pazienza. È possibile, oggi, trovare queste doti nel sistema finanziario, pilastro fondamentale per consolidare qualsiasi impresa? È troppo chiedere alla classe dirigente della città di tornare a essere chioccia generosa e accogliente per consolidare intuizioni e capacità che, a Milano, arrivano spesso da tutta Italia? Un’ operazione come la vetrina degli start up va certamente in questa direzione considerando che le imprese nascenti hanno anche la funzione di pesce pilota, possono indirizzare il sistema delle piccole e medie imprese verso il porto della conoscenza.

Abbiamo e abbiamo avuto tante imprese e filiere, Silicon Valley di nicchia che facevano riferimento alla città. Per aziende e distretti di questa taglia sono spesso mancate le risorse adeguate anche quando tutto andava a gonfie vele. La finanza, nelle sue diverse forme, resta una parte fondamentale del sistema per dare credito a giovani e a imprese, sempre più legate ai saperi e alle tecnologie. Il ruolo di Milano, in questo senso, può essere cruciale.

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Dedicato ai più giovani

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

All’inizio del 2003 esce in Francia un libretto dal titolo «L’ immateriale» e come sottotitolo, «Conoscenza, valore e capitale». L’ autore è un filosofo, André Gorz. Il tema è il rapporto tra il capitale e la scienza. Nel libro individua tanti filoni suscettibili di interesse anche oggi. Qui parliamo soltanto di un aspetto: l’ avvento di massa dell’ imprenditore di se stesso correlato, aggiungiamo noi, ad una drastica diminuzione del lavoro dipendente. Imprenditori per forza che sono legati, soprattutto, all’ economia della conoscenza. Gorz afferma che è sempre più difficile misurare la qualità di un lavoro intellettuale o «cognitivo». E di conseguenza diventa più difficile misurarne il suo valore.

Nel frattempo sono passati sette anni, lo stage è diventato la cruna per vedere il mondo del lavoro, non necessariamente per entrarci a tutto tondo. Anzi, quasi mai. Quanto può valere una traduzione? O uno slogan commerciale? Un’ ora di un insegnante a contratto? Il disegno di un marchio? Una sceneggiatura? E il valore di altre centinaia di lavori nel cosiddetto ambito immateriale come viene calcolato? In Germania, in Francia, in Svizzera l’ «imprenditore di se stesso», che a Milano quasi sempre si identifica con il detentore di partita Iva, riceve il pagamento delle sue fatture entro 10 o, al massimo, 30 giorni. E, a seconda della entità del suo compenso, anche un anticipo. Ha tutele contributive, dignità professionale, non è costretto a umilianti colloqui con amministrazioni, pubbliche e private, che lo trattano come un postulante.

Nella società della conoscenza il puzzle delle competenze prevede tanti apporti fondati sul merito e sul riconoscimento dello stesso. L’ immateriale aiuta il materiale a vivere e sopravvivere. Milano è stata la capitale morale dell’ Italia, definizione che nasce subito dopo l’ unificazione d’ Italia, non negli anni ‘ 50, poi diventa la capitale economica, più come vetrina che come produzione, che avveniva nel suo intorno, più o meno vicino. Dopo è capitale finanziaria. Oggi, sicuramente, è la città che ha più realtà e potenzialità nel Paese legate all’ economia della conoscenza. Ambito che presuppone un sistema formativo adeguato, una filiera articolata e una selezione accurata di chi ha talento e creatività. Oltre a una retribuzione adeguata. Compensi e tutela del lavoro immateriale, finanza esclusa, fanno invece interrogare i genitori sul senso di formare e mandare all’ università i propri figli.

L’ ultimo rapporto Ocse ci dice che, in Italia, solo uno su tre si laurea tra quelli che entrano all’ Università, che i diplomati trovano lavoro tre volte di più dei laureati e che la media dell’ istruzione universitaria copre il 2,4 della popolazione contro il 33,5 per cento degli Usa, il 14,7 del Giappone, il 5,8 della Germania. Un piccolo suggerimento a partiti in cerca di consenso. Il primo che riesce a far rispettare i tempi di pagamento (e ridare dignità alle competenze) alle partite Iva, siano individui, società di persone o piccole società di capitali, sbanca tutto il Nord. Chi riesce a irrobustire il percorso di accesso e di mantenimento al mondo del lavoro sbanca in tutta Italia. Scommettiamo?

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Il software di Milano

Dialoghi Internazionali
Nicola Zanardi
N°13 AUTUNNO / INVERNO 2010

Proviamo a porci la domanda: Milano è da Nobel? Se Cambridge è la capitale dei premi Nobel (l’ultimo, lo scorso anno, nasce nei suoi ormai mitici laboratori di biologia molecolare che ne hanno
già collezionato quattordici), primato che condivide con l’Università di Chicago, Milano, nella sua storia, raggiunge picchi individuali (nella medicina e nell’ingegneria, nella fisica come nella chimica e in diversi altri settori) e innerva filiere produttive a ondate, dove la conoscenza è quasi sempre al servizio della produzione o dell’applicazione.

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Una domanda su Expo 2015

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

La fortuna di vivere in un passaggio tra un millennio e l’ altro dovrebbe far riflettere sul ruolo e le opportunità per una città come Milano, portabandiera nel 2015 di un tema centrale per la sopravvivenza del Pianeta. Abbiamo le elezioni tra pochi mesi. Usiamo la focalizzazione dell’ Expo come test per migliorare e selezionare la classe dirigente prima ancora che le infrastrutture della città. I Paesi definiti «in via di sviluppo» crescono dell’ 8 per cento l’ anno. I Paesi occidentali molto meno, da tempo. E se il tema della decrescita può affascinare Paesi anziani e con la pancia piena come quelli europei o americani (anche se il Maryland non è il Mississippi, così come la Germania non è la Romania), la crescita, dal dopoguerra in poi, ha interessato tutti, nessuno escluso.

Per crescere e distribuire meglio le risorse del Pianeta occorre aiutare gli altri a farlo. E’ nella crescita globale che si trova spazio, non in quella locale, tanto meno nei territori che possono ben produrre ma non hanno certo il mercato sotto casa. I prodotti da vendere hanno a che fare con il sapere, vera merce attuale. Il tema intelligente e contemporaneo di Expo 2015 impone una lettura articolata del mondo, con differenze e sfumature. I Paesi Arabi non sono lo Yemen, il Cile non è il Paraguay, il Sudafrica non è il Niger, l’ Afghanistan non è Mauritius. Parlare di Africa o di Asia, quasi fossero regioni omogenee come la Lombardia, certo non aiuta. Democrazia, Formazione, Sanità sono i tre pilastri dove i Paesi più avveduti hanno investito il loro denaro per crescere. Aumentando qualità e quantità della vita. Ricerca e innovazione per il benessere collettivo e individuale in una logica ambientale e progettuale attenta a ogni risorsa.

Corea del Sud e Brasile possono essere due buoni esempi. La prima ha tutelato formazione, salute, approcci tecnologici e regole del gioco democratico. Oggi ha una posizione eccellente nell’ indice di sviluppo umano dell’ Onu, focalizzato sulla qualità della vita. E, nella produzione, è tra i Paesi che contano. Il secondo, con una democrazia più solida, vede diminuire sempre di più le sue disuguaglianze. E aumentare il suo benessere. Può essere l’ Expo dove mostriamo il nostro sapere (milanese, lombardo, italiano) di «civiltà del fare»? Può servire come strumento per far riemergere generosità, competenza, rigore in città? Una Expo affinché Milano partorisca di nuovo i suoi valori? Riusciamo a dare una visione in campi come la nutrizione, la prevenzione, la salute, la cura degli anziani, l’ educazione dei bambini? Abbiamo know-how e applicazioni che servono a far crescere in maniera intelligente il Pianeta? Sono questi i veri asset di una Expo per un mondo da sette miliardi di individui, ma forse non ci sembrano importanti come il valore delle aree edificabili.

Una domanda: se non sono questi i valori che possiamo veicolare cosa significa allora «Nutrire il Pianeta nel XXI secolo»?

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Alle radici del saper fare

Corriere della Sera
Nicola Zanardi

Nel 1881, a pochi anni dall’ Unità d’ Italia, Milano ospita l’Esposizione Nazionale delle Arti e delle Industrie finanziata interamente con capitali privati. Ci sono 7.000 espositori, tra cui grandi firme industriali come Elvetica, Pirelli, Breda, Cantoni. Quasi 50 mila metri quadri nei giardini pubblici tra via Palestro e Porta Venezia, edifici e padiglioni in legno collegati da una ferrovia elettrica con un tunnel in acciaio e vetro.

L’autostima della città cresce. La rivoluzione industriale sta per compiere un secolo, il progresso tecnico irrobustisce agricoltura e zootecnia, l’industria esibisce muscoli e manufatti. Con questa produzione di hardware va in mostra una rassegna «educazione, istruzione tecnica, previdenza e beneficenza». Il software dell’epoca.
Formazione tecnico-professionale da una parte e opere pie, il terzo settore di oggi, dall’altra, intelligentemente insieme. Un Dna di arti e mestieri che costituisce l’ humus da cui Milano ha attinto per tuttoil secolo scorso.

Né la grande industria né gli ambiti per cui Milano è ancora famosa si sarebbero sviluppati senza le mani pensanti degli artigiani, a partire da design e moda. Capacità e competenze originali che fanno parte ancora oggi dei suoi punti di forza. Si riesce a offrirle agli altri Paesi per aiutarli a nutrire il Pianeta? Possiamo trasferire questo saper fare non come prodotto, ma sotto forma di insegnamento ed esperienze? Una sostenibilità intesa come passaggio di conoscenza alle generazioni successive, prima ancora che di asset fisici da lasciare a chi verrà dopo. Una grande accademia dei mestieri e delle arti applicate per Expo. Non un presepe con l’arrotino e il forno del pane. Un vero e proprio education district che possa rimanere anche dopo l’evento per continuare a trasferire saperi artigianali, innervati dalle necessarie tecnologie. Per formare e mantenere aggiornati italiani e anche stranieri, dando loro gli strumenti affinché possano integrarsi meglio e più rapidamente o tornare con più possibilità ai Paesi d’ origine. In Alto Adige ci hanno messo anni per riformulare professioni antiche, come nella filiera dell’ edilizia, che oggi utilizzano sistemi complessi e processi naturali come i cappotti termici e le correnti d’ aria per case che non consumano più energia ma addirittura la producono. Hanno acquisito altra, preziosa conoscenza da applicare.

Il sociologo americano Richard Sennett, della London School of Economics, due anni fa ha scritto «L’uomo artigiano», un manifesto di civiltà incentrato sul saper fare. E sulla contemporaneità non necessariamente manuale di questo approccio. La globalizzazione ci ha insegnato che queste competenze trovano spazio, non lo perdono. E noi ne abbiamo tante. A Milano, in Lombardia, in Italia. Un grande serbatoio di biodiversità, creativa e concreta, da offrire con la logica dell’ accademia e della bottega rinascimentale per una Expo di nuova generazione. Un prodotto italiano contemporaneo, diffuso, sostenibile e con profonde radici. Si chiama saper fare.

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Equilibri

il Mulino in collaborazione con FEEM (Fondazione Eni Enrico Mattei)
Nicola Zanardi
From 1997 to 2008, Zanardi was member the editorial board of Equilibri is a journal focused on sustainable development, edited by il Mulino in collaboration with FEEM (Fondazione Eni Enrico Mattei). From 2000 to 2008 Zanardi was Editor in Chief together with Alessandro Lanza.

Equilibri is a journal focused on sustainable development in the broadest sense of the word. It fosters an interdisciplinary approach, linking different ideas and perspectives, using a non technical language but applying the criteria of scientific rigour on which research is based. The goal is to provide a composite and pluralistic vision of development compatible with the conservation of social equilibria across a broad range of fields.
Each issue features a section of thematic articles on a main theme debated from various angles, an in-depth essay, a report on a sustainable event and two other sections, one of which devoted to classical research themes and the other to industrial and economic policy subjects.

Italian Applications. Potenza dell’invenzione

Dialoghi Internazionali
Giuliano Di Caro
Dialoghi Internazionali N°6

La parola “hub”, perno, nodo di interscambio, è il concetto chiave delle sue avventure. Nicola Zanardi di mestiere fa “l’imprenditore della conoscenza”. Con le sue due società, Hublab – dove appunto all’hub si affianca il lab, inteso come laboratorio vitale di idee e iniziative – e la neonata Italian Applications (IA), si è inventato un modo unico in Italia di lavorare nella zona grigia, spesso trascurata da istituzioni pubbliche e mondo accademico: quellain cui l’innovazione muove alla ricerca di terreni su cui crescere e rafforzarsi, pur con la costante palla al piede rappresentata dalle difficoltà e dai passaggi a vuoto tipici del nostro paese.

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030 Illustrators

Hublab Edition
A cura di Davide Longaretti

Il senso di una illustrazione è valorizzare il presente, sintetizzarlo e lasciarlo, nel contempo, fluire. Lasciare decantare le esperienze per condensarle in una storia. Con un inizio e una fine nello stesso spazio. Chiusa in due dimensioni e aperta a ogni interpretazione. L’illustrazione era e rimane arte popolare. Come il cinema, prima del cinema. Pura divulgazione per tanto tempo, esercizio di immediata trasmissione di conoscenza a scapito, a volte, di una comprensione completa, muta la sua pelle tecnologica per non abbandonare la sua identità di suggestiva narratrice. Fatta di scarti logici e di matematiche inesattezze. Pericolosamente identici alla realtà.

030 Illustrators nasce perché ci sono intelligenze e talenti che stanno dietro una linea d’ombra generazionale e mediatica, una miope tipicità italiana contemporanea. Vuole valorizzare, fuori dai circuiti, aspetti e figure tra il design, l’arte contemporanea e la grafica editoriale colta. La creatività italiana, nel campo delle illustrazioni, ha un passato, prossimo e remoto, che ha superato i confini del Paese. Ancora oggi rappresenta un’idea di Italia legata alla sua storia nelle arti. E dietro le grandi e onuste figure dell’illustrazione italiana esiste una nuova e originale filiera che merita di essere conosciuta. Il made in Italy attuale, in un mondo globalizzato, è anche questo.

A cura di Davide Longaretti
Testi: Elena Del Drago, Gianni Guastella, Nicola Zanardi
Illustratori: Allegra Agliardi, Ale+ale, Gianluca Ciufoli, Gianluca Costantini, Camilla Falsini, franz e pablo, Pax Paloscia, Emiliano Ponzi, Giorgia Ricci, Alessandro Sanna, Squaz, Tokidoki
Isbn: 978-88-6080-004-6
Formato: 23X23 cm
Pagine: 168 pagine
Rilegatura: brossura olandese
Pubblicato: 2007

Italian Applications

Hublab Edition
A cura di Federico Pedrocchi

Italian Applications raccoglie un elenco di esperienze di ricerca e innovazione, articolato in 62 schede, che nascono dentro e intorno al mondo accademico italiano e che sono suscettibili di possibili applicazioni. Il lavoro rappresenta un primo, piccolo passo verso una fotografia il più esaustiva possibile della capacità di pensare, di progettare, di innovare in Italia. Lo scenario che viene tratteggiato conferma che esistono, nel nostro Paese, potenzialità e filoni che hanno valore e respiro internazionale.

I più di 60 casi di ricerca italiana che compongono il libro sono stati raccolti da un gruppo di divulgatori di temi scientifici che operano da tempo in questo campo. A essi si è affiancata una rete di esperti interni alla ricerca che ha dato, con discrezione, alcune importanti indicazioni.

L’obbiettivo editoriale e culturale è ampio: costruire una struttura di lavoro in grado di svolgere una funzione di intermediazione fra ricerca e realtà imprenditoriali. Ogni scheda fornisce i dati necessari per prendere contatto con gli istituti di ricerca o i referenti dei progetti. Una classificazione e un indice per parole chiave rendono agile la ricerca per argomenti e sfere d’interesse.

Infine un glossario di rapida consultazione agevola la comprensione dei termini più tecnici. Il progetto Italian Applications, di cui il libro è una delle declinazioni, coinvolge come partner mediatico l’inserto del Sole 24 ore Nòva e si sviluppa sul sito.

È morto Cattelan! Evviva Cattelan!

Hublab Edition
A cura di Elena Del Drago e Marco Penso

Un falso documentario, un mockumentary, che, dall’annuncio della morte di Maurizio Cattelan, racconta la vita e le opere dell’artista italiano contemporaneo più famoso del mondo. Da Berlino a New York, da Milano a Padova, sui passaggi che lo hanno portato sull’Olimpo dell’arte dando voce a chi si è trovato sulla sua strada per caso o per scelta. Galleristi, insegnanti, critici, amici d’infanzia, direttori di case d’asta e di musei tracciano l’universo di Maurizio Cattelan senza mai disvelarlo completamente, come se una definizione compiuta fosse impossibile.

DVD
A cura di Elena Del Drago e Marco Penso
Produzione Wilder /Hublab
Isbn: 978-88-6080-003-9
Pubblicazione: 2006

Innovazione versus conformismo

Equilibri
Nicola Zanardi
Equilibri 2/2006

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006 Limiteazero

Hublab Edition
A. Caronia, D. Quaranta, M.G.Mattei, M.Mancuso, C.Gaggiotti, V.Campanelli, A.Ludovico, L.Taiuti

Eredi di una tradizione colta, più vicina alla ricerca pura che all’utilizzo artistico delle tecnologie, Paolo Rigamonti e Silvio Mondino (Limiteazero) rappresentano l’Italia nel mondo sulla scia di John Maeda, Casey Reas, Golan Levin e Yugop e Usman Haque.

Computer e tecnologie utilizzati sono alla portata di chiunque, si trovano sul mercato e vengono utilizzati in ogni ufficio. Ma l’uso che loro ne fanno, la riscrittura dei software, il loro piegarli sempre e comunque a un rapporto esclusivo tra soggetto e oggetto rappresentano un unicum molto interessante nel panorama non solo italiano. Le loro macchine della contemporaneità hanno molto in comune con i disegni che durante la rivoluzione scientifica, nel Seicento, sottolineavano il prodigio che sortiva da un’applicazione più che l’applicazione stessa.

Le competenze che riassumono nella progettazione e costruzione delle loro macchine digitali (designer, webmaster, softwaristi, architetti, tecnologi, artigiani, information architects ecc.) consentono vari livelli di lettura delle loro opere, a partire da un design che non dimentica Albini o gli Eames fino ad arrivare ad aspetti ludici in contrasto con la freddezza basica dei contenitori. Limiteazero, unica rappresentanza italiana, sono stati invitati al NextFest06 e07 di Wired, rivista californiana fucina di pensiero e azione digitale, e ad Ars Electronica 2006 2007 a Linz.

Autori: A. Caronia, D. Quaranta, M.G.Mattei, M.Mancuso, C.Gaggiotti, V.Campanelli, A.Ludovico, L.Taiuti
Isbn: 978-88-6080-000-8
Formato: 23X23 cm
Pagine: 168 pagine
Rilegatura: brossura olandese
Pubblicato: 2006

Hotel Industria

Hublab Edition
Francesco Giusti

Il progetto documenta il territorio periferico milanese, tra aree industriali dismesse e costruzioni di fortuna. Una città parallela, inaccessibile e invisibile, un’architettura nomade come i suoi inquilini. In epoca postindustriale, le uniche possibilità di prima sopravvivenza si trovano all’interno e all’intorno di luoghi che sono stati, in una recente vita,
i contenitori dello sviluppo industriale. Un documento sulle identità negate
e sulla clandestinità diffusa.

 

Hotel Industria è un progetto a cura di Susanna Legrenzi con il patrocinio della Fondazione De André e il supporto di Grandi Stazioni.

 

Volume fotografico di Francesco Giusti
Autori: M.C. Didero, S.Legrenzi, M.P.Ottieri, M.Randone
Isbn: 978-88-6080-001-5
Formato: 23X23 cm
Pagine: 120 pagine
Rilegatura: brossura olandese
Pubblicato: 2006

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Brevetti del design italiano 1946-1966

Mondadori Electa
A cura di Giampiero Bosoni, Francesca Picchi, Marco Strina, Nicola Zanardi
Original patents of Italian design 1946-1966

How is a project that deals with eighty thousand other projects born? By chance and out of a love of form. By chance following mysterious clues in the archives of a Ministry, out of love of form because the first traces won us over with their beauty, regardless of the value of the patents. We’re convinced that the recovery of this enormous storehouse of ideas embodies not only a documental operation, but can lay the foundations for reflections on the DNA, as well as the prospects, of this country. A country full of anarchic creativity and exasperated individualism, of distracted ingeniousness and genius zones, where many nurture their personal aptitudes, desires and inclinations with a passion and generosity that are among the nice contradictions of Italy. We’ll leave it to the pages that follow to describe all the intelligence, intuition, common sense, shrewdness and many other typical traits of our compatriots. This project to develop a patrimony of undeniable importance was cultivated and made possible by two institutions, a non-profit association and an Italian firm operating worldwide. We soon realized that while it is very difficult to get five Saipem engineers together to present the project, it then becomes almost impossible to call the meeting to a halt because the engineers in question, all members of the company board, are too caught up and excited to stop talking. Our friends at Legambiente, for their part, insisted strongly on the concept of sustainable development when it came to deciding on project priorities. Because this archive provides us with clear indications on how to manage a territory and the people who work in it, on acting at local level and thinking globally. Creativity, a term often misused in certain environments, is also the result of a system of social relationships, and consolidates a tradition that goes back to Renaissance workshops, if not further. Our thanks to the Ministry of Culture, the Ministry of Industry and Trade, the Central State Archive and the Italian Patent and Trademark Office who all, with an efficiency worthy of more acclaimed entities, enabled us to work quickly and efficiently by allowing us the use of their material. This book comes out five years after discovery of the first traces and just one year after presentation of the project at the Leonardo da Vinci Museum in Milan. Fine proof of a work which has involved not only us and xyz company, but also a host of other people we have thanked one by one at the end of the book, making our excuses for any inevitable last-minute amnesia. With one exception, for a person mixed up amongst all the others. Without her, the first to get enthused, this project would never have seen the light. Thanks Daniela.

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