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L’identità di Milano

February 2013

Il Corriere della Sera,13 febbraio 2013.

 

Il contributo-manifesto dei rettori e l’endorsement forte e chiaro (tra gli altri, di Piero Bassetti, Alberto Meomartini e del sindaco Pisapia) mettono sul tavolo due temi che si sovrappongono non solo in Italia, ma anche a Milano.

Il primo è il ruolo della conoscenza in tutti i processi economici, produttivi e sociali e la sua centralità in un mondo della produzione e del business sempre più darwiniano. Lo scenario è più che chiaro, le direzioni da prendere, purtroppo, né semplici né condivise. In tutto il mondo sono finite le rendite di posizione, che invece sopravvivono qui da noi come un ulteriore lascito archeologico. Ricerca e innovazione, con tutte le sfumature del caso e anche qualche fraintendimento, costituiscono le vere e proprie infrastrutture dei Paesi e delle città più competitive. Con tempismo e unità di intenti, i (quasi) nuovi rettori milanesi danno la carica avendo, tra i pochi in Italia, un esercito di docenti e studenti di buon livello, quando non ottimo. Non è così lungo tutta la penisola e il professor Sartori lo ricordava non molto tempo fa in un editoriale uscito proprio su questo giornale.

Il secondo tema sottolinea una dinamica più locale ma che, nel gioco di specchi di un Paese sempre più «pura espressione geografica», diventa centrale per l’Italia che verrà. Qual è l’identità di Milano? Quale ruolo può avere la Lombardia, in una logica internazionale ed europea, macroregionale e, per finire, anche solo italiana? Come il fin troppo citato Ohio per Obama è solo la chiave per conquistare il Senato alle elezioni o, anche, una potenziale California delle applicazioni, data la quantità e la capacità di saper fare delle sue aziende? Bocconi, Politecnico e Università Statale e, in generale, tutte le altre istituzioni universitarie, a partire dalla Cattolica, hanno lavorato molto in questi anni per avere qualità e aperture necessarie affinché il loro ruolo fosse adeguato agli standard globali. Nell’epoca della complessità il mondo accademico ha, oggi, tanti oneri in più: deve essere facilitatore e veicolo di contenuti anche fuori dalle sue aule oltre che, nel merito, attento garante di uguaglianza e coesione sociale, e, non ultimo, enzima dell’ecosistema produttivo. La sostenibilità del Paese ha davvero bisogno di un sistema che, facendo cardine su Milano, metta il sapere sempre più a contatto con il fare, nel senso illuministico del termine.

In questa direzione la Lombardia, con un pezzo della classe dirigente attuale (certo non con tutta), può ancora avere le caratteristiche di una locomotiva trainante. Certo, la triste campagna elettorale cui assistiamo a livello nazionale, i cui protagonismi mediatici e livori senili in egual misura hanno cannibalizzato una fondamentale contesa regionale, sembra dare segnali opposti: su contenuti e modalità di cambiamento siamo fermi a slogan elementari con un’«agenda» inesistente su didattica e formazione, sapere e innovazione. Il nostro Ohio (o la nostra California), a questo giro, sarà deciso su vecchi materiali di repertorio.


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