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Un’occasione per stupirsi

October 2013

Il Corriere della Sera, 20 ottobre 2013.

 

Un secolo e mezzo fa nasceva il Politecnico di Milano. Si chiamava «Istituto Tecnico Superiore» e metteva insieme imprenditori e insegnanti, con le istituzioni municipali a sostegno. È la prima risposta alla rivoluzione industriale che, in Italia, arriva verso la metà dell’Ottocento; la prima pietra di una vocazione di Milano a città universitaria.

Del rapporto tra luoghi del fare, in senso allargato, e luoghi del sapere, il Politecnico costituisce sintesi e punto di riferimento del tessuto produttivo, fin dalla sua nascita.La mostra sui 150 anni, appena inaugurata alla Triennale, ha diversi livelli di lettura. Il titolo «Semi di Futuro» denota un obiettivo ambizioso: ipotizzare una narrazione del nostro futuro tra vent’anni, con la strumentazione cognitiva e lo stato dell’arte attuali. Sotto la regia di tre docenti (Luisa Collina, Paola Trapani, Federico Bucci), con un’operazione di intelligenza collettiva e saperi specialistici, l’anniversario diventa anche un’occasione unica per stupirsi di fronte a una carrellata di primati e a una collezione di gioielli che erano già puro futuro al momento della loro realizzazione. Dall’Isetta, madre delle citycar di oggi, al primo calcolatore portato in Italia circa sessant’anni fa dall’allora non ancora rettore Luigi Dadda. Dalla cucina di Joe Colombo agli oggetti di Franco Albini, Gio Ponti e altri della preziosa collezione permanente della Triennale stessa. Una riflessione sulla quotidianità del vivere, specie nelle città: il muoversi, l’abitare, il lavorare si incrociano con l’energia, i materiali, le tecnologie che verranno. Veicolati da un impianto grafico, a più mani e su diversi supporti, e dalla poesia tecnologica di Studio Azzurro. In un Paese che ha avuto grande talento nel produrre si comprende come sia esistita ? e forse esista ancora ? la capacità di fondere nel progetto una tradizione umanistica autentica, basata su principi valoriali e sociali, con le tecniche e le tecnologie. Così come la forte determinazione del Politecnico nell’abbracciare sempre più discipline è stata caratteristica indispensabile per diventare interfaccia privilegiata di un’industria figlia di un saper fare artigianale e frammentato. Giuseppe De Finetti, architetto e urbanista, autorevole ma fuori dal coro, nel suo libro «Milano. Costruzione di una città», scriveva già nel 1945: «Che cosa sappiamo noi del destino delle nostre città?». E si rispondeva: «Eppure il compito di rifare la città, di ridarle utilità e bellezza, si impone alla nostra coscienza».

La mostra, senza essere autocelebrativa, rinforza l’autostima della città e non solo, aprendo uno spiraglio su un futuro che, all’inizio del Millennio, ci appare confuso e nebuloso. Il Politecnico ha sempre accompagnato Milano, interpretandola e, spesso, precedendola. Tecnologie e principi sociali, multidisciplinarietà e saper fare sono alcuni degli elementi che emergono dal suo Dna in questa mostra. Elementi adeguati anche a un dovuto omaggio a Paolo Rosa, geniale regista e «assemblatore» milanese di tecnologie, fondatore di Studio Azzurro, scomparso durante la preparazione della mostra.


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