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Salute e ricerca a caccia
di spazi

July 2014

Il Corriere della Sera, 31 luglio 2014.

 

Qualche anno fa a Cambridge (110 mila abitanti, quasi un terzo studenti e una delle Università più prestigiose del pianeta), in Gran Bretagna, sono stati accorpati diversi enti, sotto il nome di «Cambridge University Hospitals». Unendo ospedali sedimentati sul territorio con diverse strutture di ricerca e appropriandosi del «brand» accademico. Gli obiettivi erano e rimangono ambiziosi: la costruzione del centro oncologico ex novo, il potenziamento della vecchia struttura per mamma e bambino, l’unificazione delle terapie intensive, nuovi centri di clinica e di ricerca per le malattie infettive, le neuroscienze, la psichiatria.

A Milano, un progetto con caratteristiche analoghe, anche se non uguali, riguarda, da ormai diversi anni, l’Istituto Neurologico Besta e quello dei Tumori che dovrebbero essere messi insieme in una «Città della Salute» più ampia per competenze e per attività di ricerca. Il «Cambridge University Hospitals» costituisce una risposta «contemporanea» a esigenze proiettate su un bacino di utenza insieme ampio e frammentato, quanto ben analizzato. Il suo Biomedical Campus è una vera e propria eccellenza che ha visto sedici premi Nobel condurre le proprie ricerche al suo interno. Il modello organizzativo, con un’importante ricaduta sui processi, ha una forte impostazione traslazionale, che si traduce in un rapporto diretto e reciprocamente fecondo tra il lavoro clinico e quello di ricerca, compresa una fondamentale contiguità logistica e cognitiva. Il che vuol dire, soprattutto, accompagnare la medicina verso un mare aperto sempre più multidisciplinare. Le strutture, in alcuni casi oggettivamente obsolete, funzionano a pieno ritmo e con ottimi risultati mentre lo sviluppo prosegue. Un pensiero lucido e partecipato, il coinvolgimento di tutti gli attori che producono e ordinano la conoscenza e una sempre più indiscussa ibridazione tra ambiti scientifici diversi hanno via via assemblato e innovato i pezzi esistenti, costruendo parallelamente il percorso e lo sviluppo (alloggi compresi) per attrarre e motivare le altre 7 mila figure professionali che porteranno, alla fine, al raddoppio degli attuali addetti. In ambito sanitario, Milano è stata all’avanguardia per tutta la prima parte del Novecento (dall’Istituto Sieroterapico alla prima Clinica del Lavoro al mondo, agli stessi Tumori e Besta). Nella seconda parte del secolo, la città ha mantenuto alte alcune sue eccellenze, innovandole profondamente, e implementandone altre, sotto l’ombrello della solidarietà e dell’accesso per tutti: un valore troppo spesso dato per scontato, specie se comparato alle limitazioni del mondo anglosassone.

In attesa di posare pietre, un progetto di «Città della Salute» (e di ricerca e didattica) all’ altezza del Terzo Millennio, focalizzato su un modello come quello intrapreso a Cambridge, potrebbe essere davvero molto utile. Aiuterebbe a ridisegnare profondamente le dinamiche di approccio alla salute in un mondo scientifico globalizzato. Una bella sfida?  Forse la più importante? Per la governance della Regione, in un settore come quello della sanità che più parti vorrebbero tornasse sotto la regia e le competenze dello Stato centrale.


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